“Decima” alla parata: la memoria che non può essere ridotta a polemica

Il passaggio degli incursori del Comsubin ai Fori Imperiali riporta al centro il tema della storia, della tradizione militare e delle semplificazioni ideologiche.

Alla fine, come era prevedibile, il tema è tornato. Alla parata del 2 giugno, nel giorno in cui l’Italia ha celebrato gli 80 anni della Repubblica, davanti alle più alte cariche dello Stato e lungo il percorso solenne dei Fori Imperiali, è tornato a risuonare il grido “Decima”.

Un grido breve, secco, militare. Ma sufficiente, ancora una volta, a riaprire una discussione che negli ultimi anni ha spesso superato i confini della storia per entrare in quelli della polemica politica.

Proprio ieri, su Emblema Magazine, avevamo provato a ricostruire questa vicenda con una chiave diversa: non quella dello scontro ideologico, ma quella della memoria, della continuità militare e della necessità di distinguere i fatti dalle semplificazioni.

La sfilata di oggi conferma quanto quel tema fosse attuale.

Il Comsubin, Comando Subacquei e Incursori della Marina Militare, rappresenta una delle realtà più prestigiose e selettive delle Forze Armate italiane. Nel racconto pubblico, tuttavia, il suo legame storico con la Decima Flottiglia MAS viene spesso ridotto a una sola immagine, a una sola stagione, a una sola accusa. È qui che nasce l’equivoco. Ed è qui che il dibattito rischia di perdere profondità.

La storia della Decima è complessa, attraversata da fratture, scelte diverse, responsabilità diverse. Dopo l’8 settembre 1943, una parte seguì Junio Valerio Borghese nella Repubblica Sociale Italiana; un’altra rimase nel solco della fedeltà al Regno e alla Marina cobelligerante. Confondere tutto in un’unica categoria significa trasformare la storia in uno slogan.

Il grido “Decima”, pronunciato dagli incursori, non può essere letto fuori da questo contesto. Non è un comizio. Non è una provocazione. È un richiamo identitario interno a una tradizione militare che appartiene alla storia della Marina e, oggi, alle Forze Armate della Repubblica.

Naturalmente, nessuna memoria è mai neutra. Proprio per questo va maneggiata con rigore, non con superficialità. Ma il rigore impone di distinguere. Impone di conoscere. Impone di non piegare ogni segno, ogni gesto, ogni parola alla necessità di confermare una tesi già pronta.

La parata del 2 giugno non è il luogo della nostalgia. È il luogo della Repubblica. Proprio per questo deve poter accogliere, nella cornice delle istituzioni democratiche, anche le tradizioni dei reparti che servono lo Stato. Tradizioni che non appartengono ai partiti, ma alla storia militare nazionale.

Il punto, dunque, non è stabilire se una parola possa piacere o non piacere. Il punto è capire se un Paese maturo sia ancora capace di guardare alla propria storia senza paura, senza rimozioni e senza automatismi ideologici.

Perché la Repubblica non si difende cancellando le memorie difficili. Si difende conoscendole, distinguendole, spiegandole. Si difende affidando alla cultura storica ciò che troppo spesso viene consegnato alla polemica del momento.

Il 2 giugno celebra una scelta fondativa: la nascita della Repubblica democratica. Ma quella Repubblica, ottant’anni dopo, è abbastanza forte da non temere la complessità della propria storia. E abbastanza adulta da riconoscere che le Forze Armate che oggi sfilano ai Fori Imperiali non appartengono al passato, ma al presente dello Stato.

Quel “Decima” gridato dagli incursori non chiude la discussione. La riapre. Ma forse la riapre nel modo giusto: costringendoci a uscire dalla semplificazione e a tornare allo studio, alla memoria e al rispetto per chi serve l’Italia in silenzio, lontano dalle polemiche e vicino al dovere.