
Emblema Magazine sceglie di ricordarlo attraverso un angolo meno battuto dei riflettori, ma profondamente autentico: l’incontro tra il suo progetto Exodus e il volontariato delle Penne Nere.
Don Antonio Mazzi si è spento a Milano nel pomeriggio del 31 luglio, a 96 anni. Con la sua scomparsa, l’Italia perde una delle figure più anticonformiste e schiette del mondo educativo: per oltre cinquant’anni ha portato in prima serata e nelle piazze il dramma delle dipendenze, la solitudine delle famiglie e la cronica incapacità degli adulti di fare da guida.
Non si è mai trattato di un accordo formale o di una partnership da comunicato stampa. È stata piuttosto un’affinità elettiva cresciuta sul campo, tra cantieri aperti nelle comunità, eventi locali, sport e momenti di accoglienza per i ragazzi. Due mondi con alle spalle storie ed estrazioni diverse, ma uniti da una stessa idea fissa: il servizio non è una teoria, è stare dove c’è bisogno e rimboccarsi le maniche.
La strada come scuola
Veronese, classe 1929, ordinato sacerdote nel 1956 tra i Poveri Servi della Divina Provvidenza, don Mazzi capisce presto che la sua vocazione non sta dietro a una scrivania o in una sacrestia confortevole. Negli anni Ottanta fonda il Progetto Exodus, partendo dal recupero dei tossicodipendenti per poi allargare lo sguardo alla prevenzione e al disagio giovanile a tutto tondo.
La sua ricetta educativa era asciutta: vita insieme, rispetto dei ruoli, sport, musica, natura, tanto volontariato e responsabilità personale.
Don Mazzi amava definirsi un “prete di strada”, e non solo per indicare chi aveva scelto di stare a fianco degli ultimi. Per lui la strada, il viaggio e il cammino erano veri e propri strumenti pedagogici. La strada non era un marciapiede da cui scappare, ma lo spazio aperto in cui scontrarsi con la realtà e imparare di nuovo a convivere. Niente strutture chiuse o assistenzialismo passivo: ai ragazzi chiedeva di rimettersi in movimento, riconquistando la propria dignità attraverso la fatica e la condivisione.
L’incontro con le Penne Nere
In questo approccio così pragmatico, l’incontro con l’Associazione Nazionale Alpini è stato naturale. Un’intesa nata dal basso, nei territori, dove i gruppi dell’ANA hanno iniziato a mettere a disposizione braccia, strutture e quella proverbiale capacità organizzativa che li contraddistingue.
In molte occasioni gli Alpini hanno sostenuto i centri Exodus sistemando strutture, organizzando momenti di festa, campo e sport. Gesti semplici, ma capaci di trasmettere ai giovani un messaggio potente: la comunità non è un concetto astratto, è fatta di persone in carne ed ossa che ti regalano il loro tempo.
Nel veronese — terra cara a don Mazzi — questa collaborazione ha radici profonde. La presenza delle Penne Nere al fianco dei Centri Giovanili Exodus ha mostrato il volto più quotidiano della solidarietà alpina: non solo la gestione delle emergenze o la Protezione Civile dopo un terremoto, ma l’attenzione costante e silenziosa per le fragilità di tutti i giorni.
Da una parte un prete ostinato a rimettere in piedi le vite spezzate; dall’altra uomini abituati da sempre a considerare il lavoro di squadra e il mutuo soccorso come uno stile di vita.
Regole, sudore e responsabilità
Don Mazzi non ha mai avuto paura delle parole “scomode”. In un’epoca incline alle scorciatoie, lui continuava a parlare di disciplina, limiti, doveri ed esempio, accusando spesso gli adulti di aver abdicato al proprio ruolo. Per Don Antonio la fatica non andava risparmiata ai giovani, ma insegnata e trasformata in carattere.
Una filosofia che parlava esattamente la stessa lingua della cultura alpina: il rispetto delle consegne, l’abitudine a dividere il peso e la regola d’oro di non lasciare mai indietro chi fa più fatica.
La montagna, la vita all’aperto e lo sforzo condiviso diventavano così una palestra di vita. Dimostravano che la libertà non è fare quello che si vuole, ma farsi carico di sé e degli altri. Anche per questo Exodus ha sempre puntato sul servizio civile e sul volontariato: mettere i ragazzi di fronte al bisogno altrui era il modo più rapido per farli diventare adulti.
Nessuno si salva da solo
Spesso etichettato come un provocatore, ruvido o “fuori dagli schemi”, don Mazzi nascondeva dietro le sue sparate mediatiche un’ansia profonda: quella di scuotere le coscienze. Per lui nessun ragazzo era mai perso per sempre, così come nessuna condanna aveva senso se non ci si chiedeva prima perché quel ragazzo fosse caduto.
E soprattutto, era convinto che gli specialisti non bastassero. Servivano educatori in carne ed ossa, famiglie presenti, vicini di casa, associazioni. Serviva un paese intero.
È qui che il suo cammino si incrocia con la storia degli Alpini. Il volontariato delle Penne Nere ha la capacità unica di trasformare il ricordo della leva in una risorsa attiva per la società. Don Mazzi e gli Alpini usavano parole diverse, ma credevano nella stessa identica cosa: da soli non ci si salva.
Lo zaino non è vuoto
Con la scomparsa di don Antonio Mazzi si chiude un capitolo importante del sociale in Italia. Ma non resta il vuoto. Restano le comunità Exodus, gli educatori, e le storie delle migliaia di ragazzi che attraverso quel metodo hanno ritrovato la strada.
Restano le sue battaglie, e resta soprattutto l’insegnamento che educare significa esserci, metterci la faccia e camminare insieme.
Le Penne Nere e il “prete di strada” venivano da percorsi differenti, ma guardavano nella stessa direzione: tendere la mano a chi è caduto, aiutare chi è rimasto indietro a riprendere il passo e ricordare a tutti che anche la salita più dura diventa leggera se c’è qualcuno pronto a condividere il peso dello zaino.

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