
In un’intervista rilasciata al New York Times, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha rilanciato con forza un tema destinato a pesare sempre di più nel dibattito strategico europeo: la necessità di costruire una nuova architettura continentale della difesa, capace di andare oltre i confini politici dell’Unione Europea a 27.
Non si tratta soltanto di aumentare le spese militari, né di inseguire una logica emergenziale dettata dalla guerra in Ucraina o dalle tensioni che attraversano il Mediterraneo, il Medio Oriente e il fianco orientale della NATO. Il punto, più profondo, riguarda la capacità dell’Europa di assumersi finalmente una quota reale di responsabilità nella propria sicurezza.
La riflessione di Crosetto parte da una constatazione ormai difficilmente eludibile: il quadro internazionale è cambiato e l’Europa non può più permettersi di ragionare come se la difesa fosse un tema accessorio, delegabile o rinviabile. La guerra convenzionale è tornata nel cuore del continente, le minacce ibride colpiscono infrastrutture, opinione pubblica, reti energetiche e sistemi informativi, mentre la competizione globale impone tempi di decisione sempre più rapidi.
In questo scenario, la proposta italiana punta a un modello più ampio rispetto all’attuale perimetro dell’Unione Europea. Crosetto ha già indicato la necessità di coinvolgere Paesi come Regno Unito, Norvegia, Balcani e, in prospettiva, anche l’Ucraina, una volta raggiunta una condizione di cessate il fuoco e di pace. L’idea è quella di una difesa europea “continentale”, non limitata ai soli meccanismi comunitari, ma fondata su una condivisione concreta di responsabilità, capacità operative e deterrenza.
È un passaggio politicamente rilevante. Perché significa riconoscere che la sicurezza dell’Europa non coincide perfettamente con i confini amministrativi dell’Unione. Il Regno Unito, pur fuori dall’UE, resta una potenza militare essenziale. La Norvegia ha un ruolo strategico nel Nord Atlantico. I Balcani sono parte integrante della stabilità europea. L’Ucraina, oggi, rappresenta il fronte più avanzato della resistenza a una minaccia convenzionale e ibrida che riguarda l’intero continente.
La posizione italiana non mette in discussione la NATO. Al contrario, ne conferma la centralità. Ma pone una questione di maturità politica: l’Alleanza Atlantica resta il pilastro della difesa collettiva, ma l’Europa deve presentarsi al suo interno con maggiori capacità, maggiore coesione e maggiore autonomia decisionale. Autonomia non significa equidistanza dagli alleati, né velleità di sostituire la NATO. Significa, piuttosto, essere alleati più credibili perché più capaci.
Il tema, tuttavia, resta delicato. Parlare di difesa in Europa significa confrontarsi con opinioni pubbliche spesso diffidenti, con bilanci nazionali sotto pressione, con priorità sociali ed economiche che non possono essere ignorate. Ma proprio qui si colloca il nodo politico più complesso: spiegare che investire nella difesa non equivale a sottrarre risorse alla società, bensì a proteggere le condizioni stesse della libertà, della stabilità economica e della sicurezza quotidiana.
La difesa moderna non è più soltanto questione di carri armati, navi o aerei. È spazio, cyber, intelligence, protezione delle infrastrutture critiche, sicurezza energetica, contrasto alla disinformazione, resilienza industriale. Un Paese fragile sul piano della sicurezza diventa vulnerabile anche sul piano economico, sociale e democratico.
Da questo punto di vista, le parole di Crosetto intercettano un passaggio storico che l’Europa non può più eludere. Per troppo tempo il Vecchio Continente ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano, sviluppando un modello politico ed economico nel quale la sicurezza appariva quasi scontata. Oggi non lo è più. E non perché sia venuta meno l’Alleanza con gli Stati Uniti, ma perché il mondo attorno all’Europa è diventato più instabile, più aggressivo e meno prevedibile.
La sfida sarà trasformare questa consapevolezza in scelte concrete. Serviranno risorse, ma soprattutto visione politica. Servirà coordinamento industriale, evitando duplicazioni e rivalità nazionali. Servirà una cultura strategica condivisa, capace di far comprendere ai cittadini che la difesa non è un tema di parte, ma una funzione essenziale dello Stato e della comunità europea.
In questa prospettiva, l’intervista al New York Times assume un valore che va oltre la semplice dichiarazione politica. È un messaggio rivolto all’Europa, ma anche agli alleati e agli avversari: l’Italia intende partecipare da protagonista alla costruzione di una nuova sicurezza europea, più realistica, più integrata e più consapevole delle minacce del nostro tempo.
La domanda, ora, è se l’Europa saprà raccogliere questa sfida. Perché la difesa comune non nasce dalle formule diplomatiche, ma dalla volontà politica di riconoscere un destino condiviso. E oggi quel destino passa anche dalla capacità di proteggere il continente, i suoi cittadini, le sue libertà e la sua memoria.

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