
L’ex ministro della Difesa ucraino metterà la propria esperienza a disposizione del ministro italiano. Droni, sistemi unmanned e difesa aerea sono i temi più immediati, ma la questione centrale riguarda soprattutto i tempi: quanto impiega una buona idea a trasformarsi in una capacità realmente disponibile per le Forze Armate?
La guerra in Ucraina ha cambiato molte convinzioni sulla tecnologia militare. Non perché abbia reso improvvisamente inutili carri armati, artiglieria, aerei o sistemi missilistici, come talvolta si è sostenuto con eccessiva fretta, ma perché ha mostrato quanto possa diventare determinante la velocità con cui una nuova soluzione viene sperimentata, corretta, prodotta e portata sul campo.
È probabilmente da qui che bisogna partire per comprendere la scelta annunciata il 28 agosto dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Mykhailo Fedorov, già ministro della Difesa ucraino e tra i protagonisti della trasformazione digitale e tecnologica del Paese durante la guerra, ha accettato di offrire la propria consulenza come Advisor per l’Innovazione della Difesa.
L’annuncio è arrivato dopo un incontro al Ministero nel quale, secondo quanto riferito dalla Difesa, si è parlato in particolare di droni, sistemi unmanned, difesa aerea ed evoluzione dell’ecosistema tecnologico militare.
Sono temi prevedibili. Meno scontata è invece la motivazione con la quale Crosetto ha spiegato la decisione.
Per il ministro, conoscere le nuove tecnologie non è più sufficiente. Il problema è riuscire ad adeguare i processi organizzativi e a trasformare rapidamente la sperimentazione in capacità operative utilizzabili su larga scala. Significa, in altre parole, spostare l’attenzione dalla singola tecnologia al sistema che deve essere capace di assorbirla.
Ed è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti arrivati dall’Ucraina.
Il laboratorio ucraino
Dal 2022 il campo di battaglia ucraino ha sottoposto tecnologie e procedure a un processo di selezione brutale. Un sistema efficace oggi può essere contrastato poche settimane dopo; un drone commerciale modificato può svolgere compiti che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto apparati molto più costosi; software, sensori e intelligenza artificiale vengono aggiornati seguendo tempi difficilmente compatibili con i tradizionali cicli pluriennali dell’approvvigionamento militare.
Fedorov ha vissuto questa trasformazione da una posizione particolare. Prima ancora di assumere la guida della Difesa era stato uno degli uomini simbolo della digitalizzazione ucraina e aveva sviluppato rapporti con grandi aziende tecnologiche occidentali. Da ministro ha cercato di trasferire quella cultura dell’innovazione all’interno dell’apparato militare, intervenendo anche sui meccanismi di procurement. Un percorso non privo di contrasti: Reuters ricorda che alcune delle sue riforme sugli acquisti e sulla mobilitazione hanno incontrato resistenze nell’establishment militare e politico ucraino.
Anche questo, paradossalmente, può rappresentare un patrimonio di esperienza utile per l’Italia. Perché innovare una struttura complessa non significa soltanto individuare la tecnologia migliore. Significa riuscire a inserirla in procedure, bilanci, catene decisionali, dottrine operative e sistemi industriali costruiti in epoche nelle quali il cambiamento avveniva con velocità molto diverse.
L’Ucraina ha dovuto comprimere questi tempi per necessità. L’Italia deve chiedersi quanto di quel metodo possa essere trasferito in un sistema che, fortunatamente, non opera nelle medesime condizioni di emergenza.
Dal prototipo alla produzione
Il primo terreno sul quale l’esperienza ucraina può essere utile riguarda quindi il procurement.
I programmi militari tradizionali sono pensati per acquisire sistemi complessi destinati a rimanere operativi per decenni. È un modello che continuerà inevitabilmente a esistere per piattaforme come navi, velivoli, mezzi corazzati e sistemi missilistici. Accanto a questo, però, la guerra sta facendo emergere una categoria di tecnologie caratterizzate da cicli di vita molto più brevi.
Un piccolo drone, il suo software di navigazione, un algoritmo di riconoscimento o un sistema di guerra elettronica possono richiedere aggiornamenti continui. Aspettare anni tra la definizione del requisito e l’entrata in servizio rischia, in alcuni settori, di significare acquistare una tecnologia già superata.
La sfida italiana potrebbe allora essere quella di far convivere due velocità: quella dei grandi programmi strategici e quella dell’innovazione rapida.
Non significa rinunciare a controlli, collaudi o trasparenza della spesa. Significa trovare procedure adeguate a tecnologie che non possono essere gestite con gli stessi tempi di una fregata o di un aereo da combattimento.
Droni economici contro sistemi costosi
C’è poi una seconda lezione, forse ancora più evidente. In Ucraina il rapporto tra costo dell’attacco e costo della difesa è diventato parte integrante del problema militare.
L’impiego massiccio di droni relativamente economici obbliga infatti il difensore a scegliere con attenzione quale sistema utilizzare per neutralizzarli. Intercettare sistematicamente una minaccia da poche migliaia o decine di migliaia di euro con munizionamento enormemente più costoso può essere efficace dal punto di vista tattico, ma difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Da qui nasce l’importanza crescente dei sistemi Counter-UAS, della guerra elettronica, delle armi a energia diretta, degli intercettori a basso costo e di una difesa aerea costruita su più livelli.
Non sorprende quindi che proprio droni, sistemi unmanned e difesa aerea siano stati al centro del colloquio tra Crosetto e Fedorov.
Per l’Italia il tema riguarda sia la protezione delle Forze Armate sia quella delle infrastrutture strategiche. Porti, aeroporti, basi militari, installazioni energetiche e siti industriali sono ormai esposti a una minaccia che non richiede necessariamente sistemi sofisticati o investimenti enormi per essere portata.
Startup e industria della Difesa
Un altro elemento dell’esperienza ucraina riguarda il rapporto tra mondo militare e imprese tecnologiche.
Una parte rilevante delle innovazioni emerse durante il conflitto non proviene infatti esclusivamente dai tradizionali grandi gruppi della Difesa. Startup, aziende informatiche, piccoli produttori, università e sviluppatori indipendenti sono entrati in un ecosistema nel quale il confronto con gli utilizzatori sul campo è diventato molto più diretto.
Per l’Italia questo potrebbe essere uno dei passaggi più delicati.
Il Paese dispone di grandi aziende della Difesa, competenze tecnologiche riconosciute e una rete di piccole e medie imprese altamente specializzate. Il problema è creare meccanismi attraverso i quali anche una piccola società capace di sviluppare un sensore, un software, un sistema autonomo o una soluzione di intelligenza artificiale possa sperimentare rapidamente il proprio prodotto insieme alle Forze Armate e, se funziona, trovare altrettanto rapidamente una strada verso la produzione.
È qui che l’affermazione di Crosetto assume il significato maggiore: l’eccellenza tecnologica serve soltanto se incontra capacità industriale e rapidità di risposta.
Una consulenza che arriva in un momento particolare
La scelta di Fedorov arriva inoltre mentre l’Italia sta affrontando una riflessione più ampia sulla trasformazione del proprio strumento militare. Intelligenza artificiale, difesa multidominio, sistemi autonomi, capacità anti-drone e protezione dalle nuove minacce sono ormai entrati stabilmente nella pianificazione della Difesa.
La presenza dell’ex ministro ucraino non significa naturalmente trasferire automaticamente in Italia il modello costruito da Kyiv. Le condizioni sono troppo diverse e sarebbe sbagliato immaginare che procedure nate durante una guerra per la sopravvivenza nazionale possano essere replicate senza adattamenti in un Paese NATO in tempo di pace.
Ma proprio questa distanza rende interessante il lavoro che attende Fedorov e Crosetto.
L’Ucraina può mostrare all’Italia che cosa accade quando il tempo disponibile per innovare si riduce drasticamente. L’Italia può utilizzare quell’esperienza senza dover attendere che sia una crisi a imporle la stessa accelerazione.
Forse è questa la parte più importante della nomina annunciata a Roma. Non importare dall’Ucraina un drone o un particolare sistema d’arma, ma comprendere come ridurre la distanza tra chi immagina una nuova capacità, chi la sviluppa, chi deve acquistarla e il militare che dovrà utilizzarla.
La guerra ucraina ha dimostrato che quella distanza, ormai, può essere importante quanto la tecnologia stessa.

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