
Mentre una folla imponente partecipa ai funerali dell’ex Guida Suprema, Mojtaba Khamenei resta lontano dalla scena pubblica. Dietro la solennità delle cerimonie emerge così l’immagine di una transizione segnata dalla paura e dall’incertezza.
Di Redazione Emblema
Articolo elaborato sulla base della copertura internazionale del New York Times del 5 luglio 2026.
La Repubblica Islamica dell’Iran sta celebrando quello che le autorità hanno presentato come il più grande funerale della storia del Paese. A diversi mesi dall’attacco aereo israelo-statunitense del 28 febbraio, che ha colpito duramente i vertici politici e militari di Teheran, le spoglie dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei sono state esposte nel grande complesso di preghiera della Grand Mosalla.
Le immagini diffuse dalla capitale mostrano una partecipazione imponente: scialli neri, chador, bandiere di Hezbollah e vessilli rossi del martirio riempiono gli spazi della cerimonia. È una rappresentazione studiata per comunicare unità, continuità e forza. Dietro questa scenografia, tuttavia, affiorano le difficoltà di un sistema politico chiamato ad affrontare una delle transizioni più delicate della propria storia.
Una cerimonia per riaffermare la forza
La morte di Khamenei ha esposto una vulnerabilità che il regime fatica a nascondere. La Guida Suprema è stata colpita nel cuore stesso dell’apparato di potere iraniano, mettendo in discussione l’immagine di sicurezza costruita negli anni attorno ai vertici della Repubblica Islamica.
Per questo motivo le cerimonie funebri hanno assunto un significato che va ben oltre l’omaggio al leader scomparso. Il grande dispiegamento organizzativo e logistico punta a trasformare la sepoltura in una manifestazione di stabilità nazionale e di capacità di controllo.
Secondo le stime riportate dalla stampa internazionale, soltanto per gli eventi organizzati nella capitale sarebbe stato previsto un budget superiore ai 15 milioni di euro. A questo si aggiungerebbero i fondi destinati alle successive tappe commemorative previste a Qom, Najaf, Karbala e infine Mashhad.
Alle esequie partecipano i principali esponenti civili e militari rimasti ai vertici dello Stato: il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei e il comandante della Forza Quds Esmail Qaani.
Accanto a loro sono presenti delegazioni di Hamas, Hezbollah e del movimento Houthi yemenita. Una presenza che vuole ribadire la tenuta dell’Asse della Resistenza, ma che non riesce a cancellare le difficoltà attraversate dal sistema iraniano.
L’assenza che pesa più delle presenze
Il particolare più significativo della cerimonia non riguarda però chi è presente, ma chi continua a mancare.
Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’ex Guida Suprema e designato alla successione nel marzo scorso, non è ancora apparso pubblicamente. La sua assenza ai funerali del padre assume inevitabilmente un forte valore politico, perché priva il nuovo leader di un momento che avrebbe potuto rafforzarne l’immagine e la legittimità davanti al Paese.
Secondo fonti interne ai Pasdaran e al comitato organizzativo delle esequie, Mojtaba avrebbe espresso la volontà di partecipare alla cerimonia e di recitare personalmente la preghiera funebre sul corpo del padre.
I responsabili della sicurezza avrebbero però escluso qualsiasi esposizione pubblica. Il timore di un nuovo attacco mirato, alimentato dalle indiscrezioni secondo cui lo stesso Mojtaba sarebbe rimasto ferito nell’incursione di febbraio, avrebbe spinto i vertici militari a mantenerlo in una località protetta.
La scelta appare comprensibile sul piano della sicurezza, ma produce un effetto politico opposto a quello ricercato dalle autorità. Mentre il regime cerca di trasmettere solidità, la nuova Guida Suprema rimane confinata lontano dalla popolazione e dalle telecamere.
Il messaggio di Washington
Da Washington, il presidente Donald Trump ha mantenuto toni duri anche durante il fine settimana dedicato alle celebrazioni per il 250° anniversario dell’Indipendenza americana.
Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero concesso all’Iran «una settimana di ferie per un funerale». Una battuta provocatoria che conferma quanto il clima tra i due Paesi resti teso e quanto il confronto con Teheran continui a occupare una posizione centrale nella politica estera statunitense.
Una società ancora profondamente divisa
La partecipazione alle esequie non cancella inoltre le profonde fratture presenti nella società iraniana.
Per una parte consistente della popolazione, il nome di Ali Khamenei resta legato alla repressione delle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, alle violenze del novembre 2019 e a una crisi economica che ha inciso pesantemente sulle condizioni di vita di milioni di cittadini.
Negli ultimi anni inflazione, disoccupazione, isolamento internazionale e difficoltà nell’accesso ai beni essenziali hanno alimentato una crescente distanza tra la società civile e le istituzioni della Repubblica Islamica.
I media governativi insistono sulla necessità di una riconciliazione nazionale davanti alle minacce esterne. Ma questo richiamo all’unità si scontra con un malcontento radicato, aggravato dalla corruzione e dalla crescente militarizzazione dello Stato.
Il regime cerca oggi di trovare nella memoria del leader scomparso una nuova fonte di legittimazione. Tuttavia, l’enorme apparato di sicurezza mobilitato per i funerali e l’impossibilità del successore di mostrarsi pubblicamente raccontano una realtà più complessa.
La Repubblica Islamica continua a disporre di strumenti di controllo e di un apparato militare ancora potente. Ma la forza, da sola, potrebbe non essere sufficiente a garantire una transizione stabile. Il futuro del sistema dipenderà anche dalla capacità del nuovo leader di uscire dall’ombra, parlare al Paese e dimostrare di poter governare senza restare prigioniero della paura.

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