Quando l’informazione smarrisce il senso del proprio ruolo

Il giornalismo d’inchiesta è una delle espressioni più alte della libertà di stampa. Ma proprio per questo dovrebbe conservare sempre il senso del limite, della responsabilità e della distinzione tra ricerca della verità e pretesa di possederla.

Il caso aperto intorno alla grazia concessa a Nicole Minetti, con il duro confronto tra Il Fatto Quotidiano e la Procura Generale di Milano, offre lo spunto per una riflessione più ampia. Non tanto — o non solo — sul merito della vicenda, che spetta agli organi competenti chiarire nei suoi aspetti giuridici e documentali, quanto sul modo in cui una parte dell’informazione interpreta oggi il proprio ruolo.

C’è un confine sottile ma decisivo tra fare inchiesta e trasformare l’inchiesta in verità assoluta. Il giornalista deve cercare, verificare, incrociare fonti, porre domande anche scomode. Deve disturbare il potere, certamente. Ma non dovrebbe mai dimenticare che anche il proprio lavoro resta esposto al dubbio, alla verifica, alla possibilità dell’errore.

Il problema nasce quando il giornalismo non si limita più a controllare le istituzioni, ma pretende di sostituirsi a esse.

Se una Procura, il Quirinale o un’autorità dello Stato giungono a conclusioni diverse da quelle sostenute da una testata, il confronto è legittimo. È legittimo criticare. È legittimo chiedere trasparenza. Ma non dovrebbe diventare automatico delegittimare l’istituzione ogni volta che questa non conferma la narrazione giornalistica costruita in precedenza.

La libertà di stampa è un bene prezioso proprio perché consente di vigilare sul potere. Ma la vigilanza non può diventare immunità dalla critica. Anche il giornalismo deve accettare di essere osservato, contestato, corretto. Nessuna redazione, nessun direttore, nessun commentatore può rivendicare per sé una sorta di infallibilità morale.

Il punto non è difendere questa o quella istituzione a prescindere. Il punto è ristabilire un principio: le istituzioni possono sbagliare, ma non ogni loro decisione contraria a una narrazione giornalistica può essere liquidata come opaca, complice o inaccettabile.

Questo vale per la magistratura, vale per il Quirinale, vale per il governo, vale per le Forze Armate, vale per le Forze dell’Ordine. E qui si apre un secondo tema, forse ancora più delicato.

In Italia esiste una certa informazione che, a seconda dei casi, si presenta come paladina della giustizia, della Costituzione, del Presidente della Repubblica, dell’indipendenza della magistratura. Ma lo fa spesso a corrente alternata. Quando le stesse istituzioni riguardano uomini e donne in divisa, il registro cambia. La cautela si trasforma talvolta in diffidenza preventiva, il rispetto istituzionale lascia spazio al sospetto, la complessità viene ridotta a schema ideologico.

È come se una parte del racconto pubblico considerasse alcune istituzioni degne di tutela e altre sempre bisognose di essere messe sotto processo simbolico.

Quando si parla di magistratura, il richiamo all’autonomia è immediato. Quando si parla del Quirinale, il rispetto per la funzione viene spesso evocato come argine alle forzature politiche. Quando però entrano in scena militari, carabinieri, poliziotti, finanzieri, servitori dello Stato in uniforme, una parte del discorso mediatico sembra improvvisamente perdere equilibrio. Subentra una distanza culturale, talvolta quasi antropologica, figlia di una certa impostazione radical chic che fatica a riconoscere nella divisa non un simbolo da sospettare, ma una responsabilità da comprendere.

Questo non significa chiedere indulgenza. Le divise, come ogni istituzione, devono rispondere alla legge, alla verità e alla trasparenza. Ma significa pretendere lo stesso metro. La stessa prudenza. Lo stesso rispetto per la complessità. Lo stesso rifiuto della semplificazione.

In questo quadro colpiscono anche le parole di Enrico Mentana su La7. Il direttore del TgLa7 ha riconosciuto pubblicamente che la rete ha assunto un’identità editoriale fortemente critica verso il governo Meloni, osservando che molti programmi serali presentano impostazioni, ospiti e orientamenti simili. È una constatazione importante, perché arriva da una figura che conosce profondamente il sistema televisivo e che non può essere liquidata con superficialità.

Il pluralismo non si misura soltanto dalla libertà di criticare il governo. Si misura anche dalla capacità di non trasformare la critica in appartenenza, il talk show in recinto, l’approfondimento in conferma quotidiana delle opinioni del proprio pubblico.

Una televisione, un giornale o una piattaforma informativa possono avere una linea editoriale. Ma quando la linea diventa identità militante permanente, il rischio è che l’informazione smetta di aprire domande e cominci solo a distribuire certezze.

È un rischio che riguarda tutti, non una sola parte. Riguarda la stampa progressista e quella conservatrice, le televisioni generaliste e i siti indipendenti, i commentatori e gli influencer dell’informazione. Ma diventa più evidente quando chi rivendica la superiorità del proprio metodo fatica poi ad accettare il contraddittorio istituzionale.

Il giornalismo migliore non è quello che urla più forte. Non è quello che impone una verità prima ancora che tutti gli elementi siano stati valutati. Non è quello che trasforma ogni divergenza in una prova di complotto o di malafede. Il giornalismo migliore è quello che sa essere libero senza diventare arrogante, critico senza essere pregiudiziale, coraggioso senza dimenticare l’umiltà del mestiere.

Perché l’informazione non è un tribunale parallelo, non è una procura alternativa, non è un Quirinale mediatico, non è uno stato maggiore dell’opinione pubblica. È un servizio. Alto, nobile, indispensabile. Ma pur sempre un servizio.

E un servizio funziona quando riconosce il proprio compito: illuminare, non sostituire; interrogare, non sentenziare; controllare il potere, non diventare esso stesso un potere senza contrappesi.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: dal recupero del senso del ruolo. Perché quando l’informazione smarrisce il limite, non diventa più libera. Diventa soltanto più fragile, più faziosa e meno credibile.