Vannacci, il generale in politica: disciplina, comando e consenso alla prova del voto

Dalla carriera militare alla scommessa di un partito: cosa succede quando la cultura della caserma incontra la ricerca del consenso?

C’è una domanda che rimbalza continuamente da quando il generale Roberto Vannacci è sotto i riflettori: come fa la forma mentis di un ufficiale – uno che ha vissuto sul campo e in prima linea – a convivere con i ritmi e i compromessi della politica democratica?

La risposta non è immediata. E sbaglia chi liquida la questione in modo sbrigativo: sia chi vede nel “generale” l’uomo forte che finalmente rimetterà le cose a posto, sia chi, al contrario, guarda con sospetto qualunque divisa si avvicini alla politica. La storia italiana è piena di ufficiali che sono passati alle istituzioni. Molti lo hanno fatto in punta di piedi, portando nei ministeri competenze su difesa, sicurezza e logistica. Altri, invece, hanno fatto una scelta diversa: hanno preso il grado, il linguaggio e l’immaginario militare e li hanno trasformati in una formidabile leva per raccogliere voti.

Il caso Vannacci appartiene decisamente a questo secondo gruppo.

Dalla divisa al palcoscenico politico

Roberto Vannacci non ha una storia qualunque. Parliamo di un uomo che ha guidato il 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” e la Brigata “Folgore”. Chi ha quel tipo di passato è abituato a decidere in fretta, a comandare e a prendersi responsabilità enormi sulle proprie spalle.

La sua popolarità nazionale, però, non è nata in caserma, ma nelle librerie con Il mondo al contrario. Da quel momento è scoppiato un vero e proprio fenomeno mediatico che dalle trasmissioni TV lo ha portato dritto alle Europee con la Lega, all’elezione a Bruxelles, fino alla rottura con Salvini e alla nascita del suo movimento, Futuro Nazionale.

Oggi Vannacci non è più solo un generale prestato alla politica: è il fondatore di un progetto cucito su misura per lui. Tutto – il nome, il simbolo, il modo di parlare – ruota intorno alla sua figura. Non lo percepiamo come un tecnico della difesa, ma come un leader politico puro, che usa il suo passato in divisa come un marchio di fabbrica per dire: “Io sono autentico, sono quello che rompe gli schemi”.

La vita militare ti insegna la disciplina, la gerarchia, l’idea che c’è una missione da compiere e che non si può perdere tempo. In missione o in mezzo a una crisi, un comandante deve decidere e basta. In politica, queste qualità servono: saper gestire le emergenze, essere lucidi e avere senso di responsabilità sono doti preziose.

La politica democratica, però, è fatta di un’altra pasta. Vive di mediazione, di compromessi, di ascolto delle minoranze e di discussioni infinite. Se il comando è verticale, la politica è per forza di cose orizzontale. In caserma si esegue, in Parlamento si discute. E soprattutto, la divisa rappresenta lo Stato di tutti, mentre un partito rappresenta – per definizione – solo una parte.

Il punto delicato è proprio questo. Nessuno mette in dubbio che un militare possa avere le sue idee o candidarsi: la legge lo permette. Il vero nodo è culturale: come si passa dalla neutralità assoluta della divisa alla parzialità della lotta politica?

I precedenti in Italia: stili a confronto

Vannacci non è il primo a fare questo salto. Ricordiamo il generale Mauro Del Vecchio, eletto con il PD nel 2008 dopo aver guidato le forze NATO in Afghanistan, o il generale Domenico Rossi, diventato deputato nel 2013 e poi Sottosegretario alla Difesa.

La differenza cruciale sta nello stile. Del Vecchio e Rossi sono entrati nelle istituzioni quasi in punta di piedi, portando competenze tecniche. Vannacci, invece, ci è entrato sollevando un polverone culturale. La sua forza non sta nei dossier sulla difesa, ma nel fatto di essere diventato un simbolo: il portavoce del dissenso, della lotta al “politicamente corretto” e del bisogno di ordine di un elettorato che si sente dimenticato.

Cosa ne pensano i colleghi in divisa?

Capire cosa si muova davvero dentro le Forze Armate è complicato. Chi è in servizio giustamente non parla: la neutralità istituzionale impone il silenzio. Ma proprio questo silenzio è significativo.

Quando il libro è uscito, lo Stato Maggiore della Difesa ha preso subito le distanze, precisando che quelle erano opinioni personali e non il pensiero dell’istituzione. Tra gli ex vertici, i pareri sono divisi. C’è chi, come il generale Mario Arpino, ha difeso la libertà di espressione, e chi, come il generale Vincenzo Camporini, è stato molto più severo, ritenendo inopportuno fare politica usando l’eco e il prestigio della divisa.

È il grande dilemma: dove finisce la libertà del cittadino e dove inizia il dovere di non trascinare un’istituzione super partes nel fango della propaganda?

Il carisma del capo e la trappola del “partito personale”

La politica di oggi adora i personaggi riconoscibili. Con i partiti tradizionali sempre più deboli, i leader contano più delle idee. In questo contesto, un generale divisivo e telegenico buca lo schermo molto più di un grigio tecnico. Il grado militare diventa un passaporto simbolico che comunica subito ordine e decisione, proprio mentre fuori ci sono guerre, crisi economiche e un forte senso di insicurezza.

C’è però un rischio: pensare che saper gestire un reparto militare significhi saper governare un Paese. Gestire la società è un lavoro immenso, fatto di vincoli di bilancio, trattative europee, diritti civili e tutele costituzionali. Il comandante decide per raggiungere un obiettivo che gli è stato dato. Il politico quell’obiettivo deve prima inventarselo, discuterlo e convincere i cittadini che sia quello giusto. Cambia tutto.

La scommessa di Futuro Nazionale

Con il suo nuovo movimento, Vannacci sta provando a fare il passo più difficile: trasformare i voti alla persona in una struttura reale. Si rivolge alla destra più identitaria e sovranista, intercettando chi vede la Meloni come troppo moderata e la Lega come un progetto ormai logorato.

Al momento il progetto si regge su due pilastri: Vannacci è famosissimo e il suo messaggio è chiarissimo. Ma le incognite sono enormi: riuscirà a creare una classe dirigente sul territorio? Sopravviverà il partito se dovesse calare l’effetto novità del leader?

La storia è piena di movimenti personali nati velocemente e sgonfiati altrettanto in fretta. Per fare un partito servono regole, amministratori locali e pazienza. Per un uomo abituato a dare ordini, scoprire che la politica non risponde alla catena di comando sarà la sfida più complessa.

Una convivenza possibile, ma senza sconti

In conclusione: la mentalità militare e la politica possono convivere? Certo che sì. Lo Stato ha tutto da guadagnare da persone che hanno servito il Paese e portano nelle istituzioni serietà, disciplina e senso del dovere.

La linea di demarcazione, però, resta netta. Bisogna saper tenere separata la divisa dalla bandiera di partito, l’istituzione super partes dalla propaganda elettorale. Chi viene dalle Forze Armate ha in mano un patrimonio di credibilità enorme e dovrebbe usarlo con estrema prudenza, per evitare che l’intera comunità militare venga percepita come “schierata”.

Vannacci ha scelto la via del rumore, della polarizzazione e del partito personale. È una scelta legittima, ma che continuerà a far discutere. Perché in democrazia anche un generale può diventare leader. Ma da quel momento in poi non ci sono più ordini da firmare: ci sono cittadini liberi da convincere. E questa, per chi è cresciuto a pane e catena di comando, è la missione più complessa.

Certo, a ben guardare, nella storia della Repubblica sono stati molti di più i magistrati ad aver tolto la toga per tentare la strada della politica rispetto ai militari. Ma questo, si sa, è tutto un altro discorso.