Difesa, riforma a metà: primo ddl verso il Cdm, ma slitta la riserva volontaria

La riforma della Difesa arriva al primo passaggio politico, ma non nella sua versione più ambiziosa. Il ministro Guido Crosetto punta a portare in Consiglio dei ministri, entro l’inizio di luglio, un primo disegno di legge a carattere prevalentemente normativo. Resta invece fuori, almeno per ora, il capitolo più delicato: quello sulla nuova riserva volontaria, destinata ad ampliare in modo significativo la capacità di mobilitazione delle Forze Armate italiane.

Il provvedimento in arrivo dovrebbe contenere misure importanti, ma meno onerose dal punto di vista finanziario. Tra le novità previste figurano il rafforzamento della dimensione cyber militare, l’istituzione del brevetto di “specialista cyber militare”, una catena di comando più definita nel dominio cibernetico e la creazione di un Centro interforze di addestramento per il combattimento e il contrasto alla minaccia ibrida, posto alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa.

È una scelta che fotografa bene la fase attuale: la Difesa procede dove può, mentre rinvia le parti della riforma che richiedono coperture strutturali e pluriennali. Il nodo, infatti, non è soltanto ordinamentale. È soprattutto finanziario.

La parte rinviata riguarda il piano per la riserva volontaria, che nelle ipotesi circolate prevede un ampliamento fino a 40mila unità entro il 2033. Un progetto di ampio respiro, pensato per costruire un bacino di personale formato, richiamabile e specializzato, capace di rafforzare la prontezza operativa dello strumento militare nazionale.

Non si tratterebbe di un ritorno alla leva obbligatoria, ma di un modello più flessibile, articolato su diverse componenti: una riserva operativa, composta da personale in congedo richiamabile; una riserva volontaria specialistica, destinata a valorizzare competenze professionali utili alla Difesa; e una riserva territoriale, impiegabile anche in caso di calamità, emergenze o esigenze particolari sul territorio nazionale.

Il rinvio conferma però che senza risorse certe la riforma rischia di avanzare a velocità ridotta. Il tema si intreccia con la prossima Legge di bilancio e con la possibile adesione italiana al fondo europeo SAFE, lo strumento dell’Unione europea pensato per sostenere gli investimenti nel settore della difesa. Crosetto ha lasciato intendere che, senza quelle risorse, alcuni investimenti non verrebbero cancellati, ma semplicemente spostati più avanti nel tempo.

La questione è aperta anche sul piano politico. La decisione sull’eventuale ricorso a SAFE spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, d’intesa con Palazzo Chigi. L’ipotesi sul tavolo, secondo le ricostruzioni, potrebbe essere una richiesta ridimensionata rispetto alle aspettative iniziali, forse nell’ordine di 5-7 miliardi di euro.

A pesare è anche il quadro complessivo delle risorse disponibili. Nel 2026 si registra un decremento del 6% rispetto all’impianto Difesa del 2025, mentre il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha segnalato in audizione parlamentare che il sottofinanziamento incide in misura crescente sull’efficienza dello strumento militare. Anche le missioni all’estero sono state rimodulate, proprio in ragione delle risorse disponibili.

Nel primo ddl dovrebbero trovare spazio anche procedure di appalto accelerate e deroghe pensate per garantire maggiore prontezza operativa. L’obiettivo è rendere la macchina della Difesa più rapida nelle acquisizioni, soprattutto in contesti di emergenza o crisi, evitando che passaggi burocratici ordinari rallentino la capacità di risposta.

Il quadro internazionale rende il tema ancora più urgente. La guerra in Ucraina, l’instabilità nel Mediterraneo, la pressione sulle missioni all’estero, la minaccia ibrida e la centralità crescente del dominio cyber impongono una riflessione non più rinviabile sulla consistenza degli organici, sulla rapidità di mobilitazione e sulla capacità del Paese di sostenere nel tempo il proprio strumento militare.

La riforma, dunque, parte. Ma parte a metà. Da un lato il governo si prepara a varare le prime misure normative, soprattutto su cyber, comando, procedure e gestione delle crisi. Dall’altro resta sospeso il dossier più sensibile: quello della riserva volontaria e dell’aumento del personale.

Il punto politico è tutto qui: l’Italia vuole rafforzare la propria Difesa, ma deve ancora decidere con quali risorse, con quale gradualità e con quale livello di ambizione. La sicurezza nazionale non si costruisce soltanto con le dichiarazioni di principio. Richiede programmazione, investimenti e continuità. Senza queste condizioni, anche le riforme più necessarie rischiano di restare incompiute.