
La presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa alle celebrazioni delle Fiamme Gialle viene collegata al progetto di una riserva militare e a presunti timori di militarizzazione. Una ricostruzione che confonde ruoli, competenze e normale rappresentanza istituzionale
Il polverone sollevato intorno alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, alle celebrazioni per il 252° anniversario della Guardia di Finanza a Foggia.
Secondo quanto letto di recente sulla stampa – in particolare sul Fatto Quotidiano – la partecipazione del vertice militare avrebbe innescato “sospetti e malumori” nei corridoi della Polizia di Stato. Il motivo? Un presunto collegamento tra la sua presenza, il progetto di una riserva militare territoriale e il fantasma di una “militarizzazione” della sicurezza pubblica tramite una fantomatica “Guardia nazionale”.
Un legame suggestivo, non c’è che dire. Ma che sul piano istituzionale semplicemente non sta in piedi.
Partiamo dai fondamentali: la Guardia di Finanza non è un corpo estraneo al mondo militare. È una forza di polizia a ordinamento militare, con competenza generale in materia economico-finanziaria, e rappresenta un tassello essenziale della nostra difesa nazionale. Che il Capo di Stato Maggiore della Difesa partecipi a una cerimonia delle Fiamme Gialle è non solo coerente, ma del tutto ovvio.
Il generale Portolano non è andato a Foggia per avocare a sé indagini, dare ordini alla polizia giudiziaria o ridisegnare i confini del potere dello Stato. Ha partecipato, come massima autorità militare, alla festa di un Corpo militare.
Trasformare una presenza formale nell’indizio di una deriva autoritaria significa confondere il cerimoniale con la politica operativa. Una stretta di mano sul palco o la consegna di una medaglia non riscrivono la Costituzione, né cambiano i codici o le catene di comando.
L’impressione che emerge da certi retroscena è quasi geometrica: da un lato le Forze Armate, dipinte come un soggetto che tenta di allargare sornionamente i propri confini; dall’altro la Polizia di Stato, arroccata a difesa del proprio giardino.
Questa narrazione danneggia tutti. Oggi la sicurezza nazionale si gioca su scenari complessi: guerre ibride, cyber-attacchi, minacce alle infrastrutture critiche e grandi emergenze. Pensare alla Difesa e alla sicurezza interna come a due compartimenti stagni che si spiano con diffidenza significa essere rimasti al secolo scorso. Collaborare non vuol dire sovrapporre le competenze, ma far dialogare le diverse anime dello Stato nel rispetto delle leggi.
La riserva militare è un altro discorso
Il progetto di una riserva territoriale è un tema serio. Quando ci sarà un testo definitivo, discuteremo di compiti, reclutamento e addestramento. Ma non si può inquinare questo dibattito usando ogni singola foto istituzionale come la “pistola fumante” della nascita di una milizia parallela.
La riserva, se e quando vedrà la luce, servirà a supportare il Paese nelle emergenze e nella protezione civile, non a sostituire Carabinieri o Polizia nell’ordine pubblico. Sarà il Parlamento a deciderlo con le leggi, non i sussurri da corridoio.
Insinuare che la partecipazione del Capo di Stato Maggiore a una cerimonia nasconda un’agenda segreta significa alimentare una diffidenza gratuita verso i vertici dello Stato. La critica giornalistica è il sale della democrazia, ma la responsabilità sta nel distinguere i fatti dalle congetture.
Il generale Portolano ha celebrato un Corpo dello Stato. Non ha commissariato nessuno, né ha modificato le dipendenze della Guardia di Finanza. Tutto il resto è speculazione.
In un momento storico in cui l’Italia deve dimostrarsi compatta di fronte alle crisi globali, sarebbe il caso di superare i timori corporativi. Donne e uomini in divisa servono la stessa bandiera con funzioni diverse. Proteggiamo le loro competenze attraverso le leggi, non inventando trame dove c’è solo il normale, sano coordinamento di uno Stato che riconosce se stesso. Vederci qualcos’altro significa, molto semplicemente, cercare una notizia dove non c’è.

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