Quando il nemico spegne la bussola: la nuova guerra invisibile contro il GPS

Dalla navigazione aerea alla finanza, dalle reti elettriche alle telecomunicazioni: il sistema di posizionamento globale è una delle infrastrutture invisibili del mondo contemporaneo. Ma la guerra elettronica ne sta mostrando tutta la fragilità.

Per decenni il GPS è stato percepito come una certezza. Lo usiamo per orientarci in automobile, per seguire una rotta aerea, per tracciare una nave, per sincronizzare reti di telecomunicazione, sistemi finanziari, infrastrutture energetiche e dispositivi militari. È talmente integrato nella vita quotidiana da essere diventato quasi invisibile. Proprio questa invisibilità, oggi, rappresenta una delle sue maggiori vulnerabilità.

Il recente episodio che ha coinvolto un jet della Royal Air Force con a bordo il ministro della Difesa britannico John Healey ha riportato il tema al centro dell’attenzione. Durante un volo di rientro dall’Estonia verso il Regno Unito, in prossimità dell’area russa, il velivolo avrebbe subito un’interferenza al segnale GPS. Nulla che abbia compromesso la sicurezza immediata del volo, secondo le ricostruzioni disponibili, ma abbastanza per dimostrare quanto anche un aeromobile governativo possa essere esposto alla guerra elettronica.

Il caso non va letto come un incidente isolato. Negli ultimi anni le interferenze ai sistemi satellitari di navigazione sono aumentate in diverse aree di crisi: dal Baltico al Mar Nero, dal Medio Oriente al Mar Rosso. In alcune zone, piloti civili e militari segnalano ormai con regolarità fenomeni di jamming e spoofing. Il primo consiste nel disturbare o coprire il segnale originale; il secondo è più insidioso, perché induce il ricevitore a credere di trovarsi in una posizione falsa.

La differenza è sostanziale. Nel jamming il sistema “perde” il segnale o lo riceve degradato. Nello spoofing, invece, il sistema riceve un segnale apparentemente valido, ma manipolato. È come se una bussola non smettesse di funzionare, ma indicasse deliberatamente la direzione sbagliata. In ambito militare questa capacità può confondere droni, missili, mezzi navali, velivoli e unità terrestri. In ambito civile può creare problemi aerei, marittimi, logistici e industriali.

Il GPS, acronimo di Global Positioning System, è una costellazione satellitare statunitense, ma nel linguaggio comune il termine viene spesso utilizzato per indicare l’insieme dei sistemi globali di navigazione satellitare, i cosiddetti GNSS. A questi appartengono anche Galileo, sviluppato dall’Unione Europea, GLONASS, russo, e BeiDou, cinese. Tutti forniscono dati di posizione, navigazione e tempo. Ed è proprio il tempo, più ancora della posizione, uno degli elementi più sensibili.

Molti cittadini associano il GPS alle mappe sul telefono. Ma il mondo moderno lo utilizza anche come orologio globale. Le transazioni finanziarie devono essere sincronizzate con precisione; le reti elettriche hanno bisogno di tempi esatti per funzionare in modo stabile; le telecomunicazioni si basano su riferimenti temporali affidabili; porti, aeroporti e catene logistiche dipendono da dati continui e coerenti. Un’interruzione prolungata non avrebbe quindi soltanto effetti sulla navigazione, ma potrebbe colpire l’economia e la sicurezza nazionale.

È questa la lezione che emerge dalla guerra in Ucraina. Il conflitto non si combatte soltanto con artiglieria, missili e droni. Si combatte anche nello spettro elettromagnetico, dove la capacità di disturbare, ingannare o degradare i sistemi dell’avversario diventa una componente essenziale della superiorità militare. Il fronte non è più soltanto una linea sulla carta geografica: è anche un campo invisibile di onde, segnali, dati e frequenze.

La Russia ha investito da tempo nella guerra elettronica. Le aree intorno a Kaliningrad e lungo il fianco orientale della NATO sono considerate tra le più sensibili per quanto riguarda interferenze e disturbi ai sistemi di navigazione. Per i Paesi baltici, la Polonia, la Romania e le rotte del Mar Baltico, il problema non è teorico. È operativo, quotidiano, e riguarda tanto la difesa quanto la sicurezza civile.

L’episodio del jet RAF assume quindi un valore simbolico. Se un velivolo governativo britannico può essere disturbato, il messaggio è chiaro: nessuna infrastruttura basata esclusivamente su segnali satellitari può essere considerata invulnerabile. Non si tratta di rinunciare al GPS, che resta uno strumento straordinario per precisione, economicità e diffusione. Si tratta piuttosto di affiancarlo a sistemi di riserva, procedure alternative e capacità autonome di navigazione.

In ambito militare questa esigenza è nota da tempo. Le forze armate stanno riscoprendo competenze che sembravano appartenere al passato: navigazione inerziale, riferimenti terrestri, sistemi radio alternativi, mappe, ridondanza dei sensori, addestramento a operare in ambiente degradato. La tecnologia più avanzata non elimina la necessità della resilienza. Anzi, più un sistema è sofisticato e interconnesso, più deve essere preparato a funzionare anche quando una parte della rete viene compromessa.

La questione riguarda anche l’Europa. Galileo è una risorsa strategica, ma la sola disponibilità di una costellazione alternativa non basta. Il problema è costruire un ecosistema di posizionamento, navigazione e tempo capace di resistere a interferenze intenzionali, crisi regionali e attacchi ibridi. Servono sensori diversi, sistemi terrestri di backup, capacità anti-jamming, monitoraggio in tempo reale delle anomalie e protocolli condivisi tra settore civile e militare.

La fragilità del GPS è anche una fragilità culturale. Per anni le società occidentali hanno dato per scontato che la connettività fosse permanente, che il segnale fosse sempre disponibile, che la posizione indicata da un dispositivo fosse automaticamente vera. La guerra elettronica ci obbliga invece a recuperare una domanda fondamentale: come sappiamo che il dato che riceviamo è affidabile?

Questa domanda vale per un pilota, per un comandante di nave, per un operatore di rete elettrica, per un responsabile della sicurezza nazionale. Vale anche per la politica, perché la protezione delle infrastrutture critiche non può essere lasciata alla sola efficienza del mercato o alla comodità tecnologica. La resilienza ha un costo, ma l’assenza di resilienza può costare molto di più.

Il GPS è uno dei grandi successi tecnologici dell’era contemporanea. Ha reso il mondo più connesso, più efficiente e più preciso. Ma la sua stessa onnipresenza lo ha trasformato in un bersaglio strategico. Chi riesce a disturbare il tempo e la posizione dell’avversario può produrre caos senza necessariamente sparare un colpo.

La lezione, per la NATO e per l’Europa, è netta: la superiorità tecnologica non coincide con l’invulnerabilità. Nel nuovo ambiente operativo, la capacità di continuare a navigare, comunicare e combattere anche senza un segnale perfetto diventa parte integrante della deterrenza. Il futuro della difesa non sarà soltanto fatto di satelliti più avanzati, ma di sistemi capaci di sopravvivere quando quei satelliti vengono accecati, ingannati o messi a tacere.