
A Borgoforte un’ex caserma diventa sede dell’associazionismo locale. Un esempio che non è unico in Italia, ma che dovrebbe trasformarsi in una prassi ordinaria: offrire spazi alle Associazioni d’Arma non significa concedere un privilegio, bensì investire in presìdi di memoria, solidarietà e cittadinanza attiva.
A Borgoforte, nel Mantovano, un’ex caserma dei Carabinieri torna a vivere grazie alle Associazioni d’Arma.
A prima vista potrebbe sembrare una delle tante vicende amministrative locali: un immobile pubblico inutilizzato, alcuni locali da assegnare, un comodato e una nuova sede associativa. In realtà, dietro questa scelta c’è qualcosa di molto più significativo, perché restituire una funzione sociale a un edificio pubblico significa anche riconoscere concretamente il valore delle realtà alle quali quello spazio viene affidato.
Borgoforte, naturalmente, non rappresenta un caso unico. In molte città italiane le amministrazioni comunali hanno già messo a disposizione delle Associazioni d’Arma ex caserme, scuole dismesse, locali comunali o sedi condivise. Esistono esperienze positive, alcune delle quali consolidate da molti anni, nate dalla collaborazione tra enti locali e associazionismo.
Il punto, dunque, non è raccontare Borgoforte come un’eccezione assoluta, ma fare in modo che esperienze come questa cessino di essere considerate soltanto esempi virtuosi e diventino una prassi istituzionale ordinaria.
Ancora troppo spesso, infatti, la disponibilità di una sede dipende dalla sensibilità di un sindaco, dalla volontà di un assessore, dall’esistenza occasionale di un immobile inutilizzato o dalla capacità dei dirigenti associativi locali di costruire un rapporto con l’amministrazione. Ciò che oggi nasce dalla buona volontà dovrebbe invece entrare stabilmente nella cultura amministrativa dei Comuni.
Una presenza naturale nella comunità
Le Associazioni d’Arma devono essere considerate una presenza naturale nel tessuto di una città, un po’ come lo sono tradizionalmente la parrocchia, la scuola, la biblioteca o la sede della Protezione civile.
Si tratta, naturalmente, di realtà profondamente diverse per natura, storia e finalità, ma il paragone riguarda la loro funzione territoriale: luoghi riconoscibili e radicati nella vita quotidiana della comunità, capaci di creare relazioni, conservare memoria, promuovere iniziative e offrire sostegno nei momenti di difficoltà.
La parrocchia, anche nei centri più piccoli, non è soltanto il luogo nel quale si celebrano le funzioni religiose, ma spesso rappresenta uno spazio di incontro, aggregazione, assistenza e ascolto. Allo stesso modo, la sede di un’Associazione d’Arma non è semplicemente una stanza nella quale custodire un labaro o riunire periodicamente i soci, ma può diventare un presidio sociale, culturale e operativo aperto al territorio, animato da uomini e donne che hanno maturato esperienza, ricoperto incarichi e acquisito competenze nel comparto della Difesa e della sicurezza. Un patrimonio umano e professionale che, una volta concluso il servizio attivo, non si esaurisce, ma può continuare a essere messo a disposizione della comunità.
Non si tratta di sovrapporre ruoli o di attribuire alle Associazioni d’Arma funzioni che appartengono ad altre istituzioni, bensì di riconoscere che anche queste realtà fanno parte stabilmente della vita di una comunità e che, proprio per questo, dovrebbero poter disporre di spazi adeguati e dignitosi.
Una sede non è soltanto quattro mura
Chi osserva queste associazioni soltanto dall’esterno potrebbe pensare che una sede serva essenzialmente a organizzare riunioni, esporre fotografie, raccogliere cimeli o custodire bandiere e documenti.
Tutto questo è certamente importante, perché la memoria ha bisogno anche di luoghi fisici nei quali essere conservata, interpretata e tramandata. Tuttavia, una sede associativa è molto di più: è il luogo nel quale si programmano le attività di volontariato, si preparano le cerimonie pubbliche, si organizzano incontri con le scuole, si accolgono cittadini e famiglie, si mantengono i rapporti con le istituzioni e si costruiscono iniziative culturali e solidali.
Spesso rappresenta anche una piccola base logistica dalla quale possono partire persone, materiali e mezzi quando il territorio ne ha bisogno.
In un precedente articolo pubblicato da Emblema dopo la Festa della Repubblica avevamo ricordato come le Associazioni d’Arma non appartengano soltanto al passato. Esse custodiscono tradizioni e valori militari, ma sono soprattutto comunità vive, sostenute dall’impegno quotidiano dei soci e capaci di mantenere il legame tra Forze Armate, istituzioni e cittadini.
La questione delle sedi assume quindi un significato che va ben oltre l’aspetto logistico, perché senza una casa anche la comunità associativa più attiva rischia lentamente di disperdersi. Vengono meno i luoghi nei quali incontrarsi, coinvolgere nuovi soci, accogliere i giovani, conservare gli archivi e progettare le attività. Con il trascorrere del tempo, la mancanza di uno spazio stabile può compromettere non soltanto l’operatività dell’associazione, ma anche la trasmissione della sua storia e della sua identità.
Quando il Paese ha avuto bisogno, loro c’erano
È sufficiente tornare con la memoria agli anni dell’emergenza sanitaria.
Durante la pandemia, mentre l’Italia affrontava una situazione senza precedenti, moltissimi appartenenti alle Associazioni d’Arma si misero ancora una volta a disposizione delle proprie comunità, partecipando alla distribuzione di viveri, medicinali e dispositivi di protezione, assistendo persone anziane e sole, sostenendo le amministrazioni comunali, collaborando con i centri vaccinali e garantendo numerosi servizi necessari a mantenere il contatto con la popolazione.
In molti casi operarono accanto alla Protezione civile, alle strutture sanitarie, agli enti locali e alle altre organizzazioni di volontariato. Non si trattò di una presenza improvvisata, perché quelle persone portarono con sé esperienza, capacità organizzativa, conoscenza del territorio, disponibilità personale e una naturale propensione al servizio maturata spesso in molti anni trascorsi nelle Forze Armate o nei Corpi dello Stato.
Molti di loro non avevano più alcun obbligo professionale, eppure risposero ancora una volta “presente”.
Quando il Paese ha avuto bisogno, le Associazioni d’Arma c’erano, e sarebbe ingeneroso ricordarsene soltanto durante le emergenze, in occasione delle sfilate o quando occorre garantire una presenza alle cerimonie istituzionali.
La gratitudine non può esaurirsi in una fotografia davanti al monumento ai Caduti, in una corona d’alloro o in poche parole pronunciate durante una ricorrenza ufficiale. Il riconoscimento deve diventare concreto, e mettere a disposizione locali dignitosi è una delle forme più semplici e immediate attraverso le quali un’amministrazione comunale può dimostrare di credere davvero nel valore di queste realtà.
Non un privilegio, ma un patto con il territorio
Nessuno può immaginare un diritto automatico e indiscriminato all’assegnazione di un immobile pubblico.
Ogni Comune dispone di un patrimonio differente, ha risorse limitate e deve rispondere a numerose esigenze sociali. Le concessioni devono quindi avvenire attraverso procedure trasparenti, criteri chiari, progetti verificabili e una valutazione dell’attività effettivamente svolta dalle associazioni.
Non tutte le realtà associative sono uguali e non tutte hanno la stessa consistenza, la medesima capacità operativa o un identico rapporto con il territorio. Proprio per questo, però, sarebbe opportuno che le amministrazioni comunali effettuassero una ricognizione degli immobili inutilizzati e predisponessero regolamenti capaci di favorirne l’affidamento alle associazioni realmente presenti e attive.
Scuole dismesse, ex caserme, piccoli magazzini, locali comunali rimasti vuoti ed edifici che rischiano il degrado potrebbero così tornare a essere luoghi vivi.
Il patto sarebbe semplice: l’amministrazione mette a disposizione un bene che, altrimenti, potrebbe rimanere inutilizzato o continuare a deteriorarsi, mentre le associazioni ne garantiscono la custodia, l’apertura, la manutenzione ordinaria e l’utilizzo per finalità di interesse collettivo.
In questo modo il Comune non perde un immobile, ma lo restituisce alla comunità; le associazioni non ricevono soltanto una sede, ma assumono una responsabilità; il territorio, infine, ottiene uno spazio nel quale organizzare attività sociali, culturali, educative e di volontariato.
Non siamo dunque di fronte a una richiesta assistenziale, ma a una forma intelligente di collaborazione tra istituzioni e cittadinanza attiva.
Dalla concessione occasionale alla scelta istituzionale
Il passaggio fondamentale deve essere proprio questo: superare la logica dell’eccezione e della concessione occasionale.
Una sede non dovrebbe dipendere dal rapporto personale con un amministratore, dall’avvicinarsi di una scadenza elettorale o dall’esistenza fortuita di un locale che nessuno sa come utilizzare. Il riconoscimento delle Associazioni d’Arma dovrebbe entrare negli statuti, nei regolamenti, negli indirizzi amministrativi e nella programmazione del patrimonio pubblico locale.
Non necessariamente attraverso l’obbligo di assegnare una sede esclusiva in ogni Comune, soluzione che sarebbe spesso irrealistica, ma attraverso il principio secondo cui, nella gestione degli immobili pubblici e nella costruzione delle politiche sociali, le Associazioni d’Arma devono essere considerate stabilmente tra i soggetti con i quali collaborare.
Questo significa prevedere bandi, convenzioni, comodati, protocolli d’intesa e forme di corresponsabilità che offrano continuità e trasparenza, sottraendo tali decisioni alla precarietà.
Una comunità associativa non può progettare attività, investire in una sede, sistemare archivi o programmare iniziative se vive costantemente nel timore di dover abbandonare i locali alla prima variazione politica o amministrativa. Istituzionalizzare il rapporto non significa quindi costruire privilegi, ma garantire regole uguali, responsabilità definite e una prospettiva di medio periodo.
Sedi condivise per superare le divisioni
Il modello di Borgoforte suggerisce anche un’altra possibilità, quella delle sedi condivise.
In molti territori operano numerose Associazioni d’Arma, ciascuna con una propria storia, un proprio labaro e una specifica identità. Non sempre, tuttavia, esistono le risorse necessarie per assegnare un locale distinto a ogni sodalizio, e una casa comune può rappresentare una soluzione efficace.
Gli spazi possono essere organizzati in modo da garantire a ciascuna associazione la propria autonomia e, allo stesso tempo, favorire la condivisione di sale riunioni, archivi, servizi, attrezzature e spese di gestione. Una sede comune può inoltre alimentare quella collaborazione tra le diverse componenti dell’associazionismo militare che dovrebbe essere sempre più incoraggiata.
Le emergenze, il volontariato, la memoria e l’educazione civica non conoscono differenze di fregio, specialità o colore del basco. Quando si tratta di servire una comunità, ciò che unisce conta molto più di ciò che distingue.
Una sede condivisa potrebbe così diventare la casa dell’intero associazionismo militare locale, un punto di riferimento per i cittadini e un interlocutore unitario nei confronti dell’amministrazione comunale.
Un patrimonio umano riconosciuto dallo Stato
Le Associazioni d’Arma non sono realtà nate occasionalmente o semplici gruppi privati raccolti attorno a interessi comuni, ma rappresentano un fenomeno profondamente radicato nella storia nazionale. Dal 1982 esiste presso il Ministero della Difesa un Albo delle Associazioni d’Arma, sul quale la stessa Amministrazione esercita l’alta vigilanza.
Queste associazioni custodiscono tradizioni, documenti, testimonianze e valori che appartengono alla storia dell’intera Repubblica, ma sarebbe un errore considerarle soltanto come depositarie del passato.
La loro vera forza risiede nel patrimonio umano costituito da donne e uomini che, dopo aver terminato il servizio attivo, continuano a mettere gratuitamente a disposizione tempo, esperienza, competenze e relazioni.
È questo capitale umano che le amministrazioni locali dovrebbero imparare a riconoscere e utilizzare meglio, evitando di attivarlo soltanto quando arriva un’emergenza, quando occorre organizzare una cerimonia o quando bisogna garantire una presenza istituzionale. Quel patrimonio dovrebbe essere coinvolto stabilmente nella vita della comunità.
Una risorsa per le nuove generazioni
C’è infine un aspetto che merita particolare attenzione.
In un tempo nel quale il rapporto tra i giovani e le istituzioni appare spesso fragile, le sedi delle Associazioni d’Arma possono diventare luoghi di incontro, conoscenza e formazione. Non musei chiusi e rivolti esclusivamente al passato, ma spazi aperti nei quali raccontare la storia italiana, spiegare il significato della Costituzione, parlare di servizio, responsabilità, Protezione civile, sicurezza, solidarietà e rispetto delle istituzioni.
Le uniformi, le fotografie, le medaglie e i labari hanno valore soltanto quando qualcuno riesce a spiegarne il significato, perché dietro ogni simbolo ci sono persone, sacrifici, esperienze e pagine della storia nazionale che rischiano altrimenti di essere dimenticate, banalizzate o ridotte a un’immagine priva di contenuto.
Affidare una sede alle Associazioni d’Arma significa quindi offrire loro anche la possibilità di dialogare con le scuole, le famiglie e le nuove generazioni, trasformando la memoria in uno strumento per comprendere il presente.
Borgoforte non sia un’eccezione
Da Mantova arriva dunque un segnale che merita di essere raccolto.
Il recupero di un’ex caserma non risolve certamente tutti i problemi dell’associazionismo d’Arma italiano e non rappresenta una novità assoluta, perché in Italia esistono già molte esperienze analoghe, nate dalla sensibilità delle amministrazioni e dalla capacità delle associazioni di costruire rapporti proficui con il territorio.
Borgoforte, quindi, non deve essere presentata come un’isola felice in un Paese completamente disattento, ma come il simbolo di ciò che dovrebbe essere normale.
L’obiettivo è fare in modo che la disponibilità di una sede non dipenda soltanto dalla buona volontà di un sindaco, da un rapporto personale o da una fortunata coincidenza amministrativa.
Così come in ogni comunità si considera naturale la presenza di una parrocchia, di una scuola, di un centro sociale o di una sede della Protezione civile, dovrebbe essere altrettanto naturale riconoscere uno spazio alle realtà che custodiscono la memoria nazionale e continuano a servire il territorio.
Non necessariamente una sede esclusiva, non un privilegio e neppure un diritto privo di responsabilità, ma un luogo dignitoso, condiviso quando necessario, nel quale conservare la propria storia, organizzare il volontariato, incontrare i giovani e prepararsi a intervenire quando la comunità ne ha bisogno.
Perché chi ha servito il Paese continua spesso a farlo anche dopo aver deposto l’uniforme, e questo servizio non dovrebbe essere affidato soltanto alla buona volontà dei singoli, ma riconosciuto, sostenuto e reso parte ordinaria della vita delle nostre città.

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