Strade Sicure, diciotto anni dopo: l’emergenza che nessuno ha più saputo chiudere

Nata il 4 agosto 2008 come misura temporanea, l’operazione è diventata una componente stabile della sicurezza nazionale.

Doveva durare sei mesi. Ne sono trascorsi diciotto anni e i militari continuano a presidiare stazioni, aeroporti, ambasciate, luoghi di culto, piazze, monumenti e infrastrutture sensibili, mentre un’operazione nata per rispondere a esigenze «specifiche ed eccezionali» è stata prorogata fino a diventare parte ordinaria del paesaggio urbano italiano.

Strade Sicure prese avvio il 4 agosto 2008 con un contingente iniziale di tremila militari, messi a disposizione dei prefetti per affiancare le Forze di Polizia nella vigilanza degli obiettivi sensibili e nel controllo del territorio. Da allora sono cambiati governi, ministri e scenari internazionali, ma nessuno ha realmente messo in discussione il dispositivo, limitandosi a rinnovarlo, ampliarlo e adattarlo alle emergenze del momento.

Nel tempo i militari sono stati impiegati contro la criminalità urbana, nella tutela dei siti esposti al rischio terroristico, nella Terra dei fuochi, nei cantieri della Tav, durante Expo, nei Giubilei e in occasione di eventi straordinari. Oggi il dispositivo coinvolge migliaia di uomini e donne in decine di province e davanti a centinaia di obiettivi sensibili, confermando che ciò che era stato presentato come temporaneo è ormai considerato indispensabile.

Ed è proprio questo il punto. Se dopo diciotto anni Strade Sicure è ancora necessaria, significa che l’emergenza non è stata risolta, ma semplicemente amministrata attraverso l’impiego continuativo dell’Esercito. Una soluzione efficace nell’immediato, certamente visibile e rassicurante per i cittadini, ma politicamente comoda perché permette di rinviare investimenti, assunzioni e riorganizzazioni strutturali nelle Forze di Polizia.

I militari presidiano gli obiettivi statici e liberano agenti per altri compiti, ma questa spiegazione, ripetuta da anni, non basta più. L’Esercito non dovrebbe diventare la riserva permanente alla quale ricorrere ogni volta che gli organici della sicurezza pubblica risultano insufficienti, tanto più in una fase storica nella quale le Forze Armate devono tornare a concentrarsi sull’addestramento, sulla prontezza operativa e sulla difesa del territorio nazionale in uno scenario internazionale sempre più instabile.
Non si tratta di mettere in discussione il lavoro svolto dai militari, che in questi diciotto anni hanno garantito presenza, disciplina e capacità di intervento, spesso in condizioni difficili e con turnazioni pesanti.

Strade Sicure ha sicuramente contribuito alla prevenzione, alla deterrenza e alla percezione di sicurezza, ma la sua durata obbliga a porre una domanda che continua a essere evitata: fino a quando un’operazione militare potrà supplire alle carenze di un sistema civile senza perdere la propria natura eccezionale?
Diciotto anni sono sufficienti per riconoscere che non siamo più davanti a una missione temporanea. Siamo davanti a una scelta strutturale mai dichiarata apertamente, rinnovata anno dopo anno.

Celebrare Strade Sicure significa quindi ringraziare i militari, ma anche riconoscere che, dopo quasi due decenni, non sono ancora state create le condizioni per restituire pienamente all’operazione il carattere temporaneo con cui era nata.