Chi paga la rotta della solidarietà?

C’è una domanda semplice, forse persino ingenua, che molti cittadini comuni si pongono davanti alle immagini delle flottiglie dirette verso Gaza. Una domanda che non entra nel merito politico della missione, non giudica le intenzioni dei partecipanti, non pretende di stabilire chi abbia ragione e chi torto in una vicenda tragica e complessa. È una domanda molto più elementare: chi paga?

Chi paga le imbarcazioni? Chi sostiene i costi del carburante? Chi finanzia l’equipaggiamento, le comunicazioni, la logistica, il vitto, gli spostamenti dei partecipanti, l’assistenza legale, le campagne mediatiche, le eventuali riparazioni? In un tempo in cui il caro carburante rende onerosa persino una gita fuori porta, appare legittimo chiedersi quale struttura economica permetta a decine di imbarcazioni di mettersi in mare per una missione internazionale.

La domanda non nasce necessariamente da un sospetto. Nasce dal buon senso. Chiunque abbia avuto a che fare anche solo con una piccola barca sa che navigare costa. Costa acquistare o noleggiare un mezzo. Costa mantenerlo in sicurezza. Costa assicurarlo, attrezzarlo, dotarlo di strumentazione adeguata. Costano il carburante, i porti, le dotazioni di bordo, le comunicazioni, le autorizzazioni, le squadre a terra. Se poi la navigazione avviene in un contesto ad alta tensione politica e militare, i costi aumentano ancora.

Le organizzazioni coinvolte spiegano che le risorse arrivano da donazioni, crowdfunding, contributi privati, reti associative e sostenitori internazionali. La Global Sumud Flotilla afferma che i fondi raccolti servono per acquistare e preparare barche, carburante, forniture, equipaggiamento di sicurezza e formazione dei partecipanti. In altre parole, non si tratta di un gesto improvvisato, ma di una macchina organizzativa, logistica e comunicativa complessa.

E qui la questione diventa più ampia. Una flottiglia non è soltanto un convoglio marittimo. È un evento mediatico globale. Produce immagini, dirette video, tracciamenti in tempo reale, appelli, conferenze stampa, dichiarazioni politiche, campagne social, mobilitazioni internazionali. Reuters ha descritto la Global Sumud Flotilla come una missione composta da oltre 40 imbarcazioni e circa 500 partecipanti, tra parlamentari, avvocati e attivisti, con una forte dimensione comunicativa costruita anche attraverso telecamere, dati e dirette digitali.

Si può dunque stimare che un’operazione di questo tipo muova almeno centinaia di migliaia di euro, e verosimilmente, in alcuni casi, anche cifre superiori, soprattutto se le barche vengono acquistate, noleggiate o predisposte appositamente. Non è possibile indicare una cifra complessiva certa senza bilanci dettagliati e verificabili. Ma è evidente che l’ordine di grandezza non può essere modesto.

Da qui nasce una seconda domanda, forse ancora più scomoda: se l’obiettivo dichiarato è anche quello di richiamare l’attenzione internazionale, perché alcune tragedie riescono a mobilitare una macchina così imponente, mentre altre restano quasi invisibili?

Il dramma di Gaza è reale, tragico, documentato. Nessuno dovrebbe liquidarlo con superficialità. Ma non è l’unico dramma del nostro tempo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2024 sono morti nel mondo circa 4,9 milioni di bambini sotto i cinque anni: significa, in media, un bambino ogni sei secondi. La stessa OMS ricorda che la malnutrizione è associata a quasi la metà delle morti infantili sotto i cinque anni. Numeri che dovrebbero scuotere qualunque coscienza.

Eppure non vediamo flottiglie per quei bambini. Non vediamo campagne globali della stessa intensità per portare vaccini, cibo, acqua potabile e cure mediche in aree del mondo dove, in molti casi, gli aiuti potrebbero arrivare senza correre i rischi enormi legati a una rotta verso Gaza. In alcune regioni, portare assistenza sanitaria, alimentare e logistica non significa sfidare un blocco navale, non significa entrare in un teatro di guerra, non significa esporsi a intercettazioni militari. Significa semplicemente organizzare, raccogliere fondi, collaborare con strutture locali, spedire materiali, aprire ambulatori mobili, sostenere programmi alimentari e vaccinali.

Anche qui, naturalmente, le difficoltà non mancano. Povertà, instabilità politica, corruzione, carenze infrastrutturali, insicurezza locale e burocrazia possono rendere complicata ogni operazione umanitaria. Ma resta il fatto che esistono emergenze immense, diffuse, quotidiane, spesso affrontabili con minori rischi e con risultati immediatamente misurabili. Bambini da vaccinare. Famiglie da nutrire. Persone senza tetto da proteggere dal freddo e dal caldo. Comunità da rifornire di acqua pulita. Malati da curare con farmaci essenziali.

UN-Habitat stima che circa 100 milioni di persone nel mondo siano senza casa e che una persona su quattro viva in condizioni abitative dannose per la salute, la sicurezza e la dignità. Anche questo è un disastro umanitario. Meno spettacolare, forse. Meno raccontabile con immagini di navi, abbordaggi e dirette social. Ma non per questo meno drammatico.

Il punto non è mettere una sofferenza contro l’altra. Sarebbe ingiusto e moralmente sbagliato. Il dolore non è una classifica. Una madre che perde un figlio a Gaza non soffre meno di una madre che lo perde per fame, per malaria, per dissenteria, per mancanza di un vaccino o per l’assenza di cure elementari. La sofferenza umana non dovrebbe mai essere misurata in base alla sua spendibilità mediatica.

Il punto, semmai, è chiedersi perché la visibilità sì, invece, sembri seguire una classifica. Perché alcuni drammi diventano simboli globali, capaci di mobilitare attivisti, fondi, imbarcazioni, testimonial, comunicazione internazionale e copertura mediatica, mentre altri restano confinati nei rapporti delle agenzie umanitarie, nelle statistiche delle Nazioni Unite, nelle campagne periodiche delle ONG, nelle immagini che scorrono per pochi secondi e poi scompaiono.

C’è una parte del dolore del mondo che riesce a diventare racconto. E ce n’è un’altra che resta numero.

È proprio qui che la domanda sulle flottiglie assume un significato più profondo. Non riguarda soltanto la provenienza dei soldi, pur essendo questo un tema legittimo e necessario. Riguarda il meccanismo attraverso il quale una causa viene trasformata in evento globale. Una flottiglia non porta soltanto generi di prima necessità: porta un messaggio politico, produce pressione diplomatica, crea immagini, genera consenso, costruisce una narrazione. È, a tutti gli effetti, una forma di comunicazione internazionale.

Questo non la rende automaticamente sbagliata. La storia è piena di azioni simboliche che hanno avuto il merito di rompere il silenzio. Ma proprio perché il simbolo è potente, proprio perché muove emozioni, denaro e opinione pubblica, dovrebbe essere accompagnato da un livello di trasparenza proporzionato alla sua ambizione.

Chi raccoglie i fondi? Chi li gestisce? Quali soggetti acquistano o noleggiano le imbarcazioni? Quali sono i bilanci? Quali controlli vengono effettuati sui donatori? Quale quota viene destinata agli aiuti e quale alla logistica, alla comunicazione, alle spese legali, agli spostamenti, alla preparazione dei mezzi? Sono domande normali. In qualunque altra iniziativa pubblica, sarebbero considerate doverose.

Chiederlo non significa delegittimare la solidarietà. Al contrario, significa prenderla sul serio.

Perché quando la solidarietà diventa organizzazione, deve accettare anche le regole dell’organizzazione: rendicontazione, chiarezza, responsabilità. Se si chiede al mondo di guardare, donare, sostenere, condividere e mobilitarsi, allora il mondo ha anche il diritto di sapere come vengono impiegate le risorse raccolte.

Resta poi la questione morale della selezione delle emergenze. Perché tanta energia simbolica viene concentrata su alcune cause e non su altre? Perché è più facile mobilitare l’opinione pubblica intorno a una nave diretta verso un conflitto che intorno a un ambulatorio in un villaggio remoto, a una cisterna d’acqua, a un programma vaccinale, a un dormitorio per chi vive in strada?

Forse perché una nave racconta meglio. Ha una rotta, un equipaggio, un avversario, una meta, un possibile scontro. È una storia. Ha immagini forti, protagonisti riconoscibili, tensione narrativa. La fame, invece, è spesso silenziosa. La povertà estrema non ha sempre un nemico identificabile. La mancanza di un tetto non produce necessariamente una scena spettacolare. La morte quotidiana di migliaia di bambini per cause prevenibili è talmente enorme da diventare quasi invisibile.

Ed è questa, forse, la sconfitta più grande della nostra epoca: abbiamo bisogno che il dolore diventi spettacolo per riconoscerlo come urgenza.

Non si tratta di dire che chi parte per Gaza dovrebbe occuparsi d’altro. Ciascuno sceglie la propria causa, il proprio campo, la propria forma di impegno. Ma è legittimo domandarsi se una parte dell’attivismo contemporaneo non sia diventata dipendente dalla visibilità. Se la forza di una causa non dipenda più soltanto dalla gravità del bisogno, ma anche dalla sua capacità di generare immagini, conflitto, polarizzazione, adesione emotiva immediata.

In questo senso, le flottiglie pongono una domanda che va oltre Gaza. Ci obbligano a interrogarci sul rapporto tra umanità e comunicazione, tra aiuto concreto e gesto simbolico, tra emergenza reale e rappresentazione dell’emergenza.

Portare aiuti dove è difficile, rischioso e politicamente controverso può essere un atto di testimonianza. Ma portare vaccini, cibo, acqua e cure dove si può arrivare senza sfidare un blocco militare sarebbe, semplicemente, un atto di efficacia. Meno visibile, forse. Meno epico. Meno adatto alle dirette social. Ma capace di salvare vite in modo immediato.

E allora la domanda finale resta sospesa, senza bisogno di gridarla: quante vite si potrebbero salvare con le stesse risorse impiegate in una grande operazione simbolica? Quanti bambini potrebbero essere vaccinati? Quante famiglie potrebbero ricevere cibo? Quante persone senza casa potrebbero trovare riparo? Quante comunità potrebbero avere acqua potabile, farmaci essenziali, assistenza sanitaria di base?

Non è una domanda contro Gaza. È una domanda sul nostro modo di guardare il mondo.

Perché il dolore non è una classifica. Ma la visibilità, purtroppo, sì. E finché alcune tragedie avranno una flotta e altre soltanto un numero in fondo a un rapporto internazionale, continueremo a doverci chiedere non solo chi paga, ma anche perché scegliamo di guardare proprio lì.