
Prima un tono decisamente troppo ossequioso verso Donald Trump, poi la freddata agli europei sull’autonomia militare da Washington. Ora, l’ultimo scivolone: il caso dei 500 aerei americani decollati dalle basi in Italia per le operazioni contro l’Iran.
Le recenti uscite del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, riaccendono il dibattito sul ruolo politico del vertice dell’Alleanza Atlantica e sulla prudenza – fondamentale – necessaria quando si toccano i nervi scoperti dei singoli paesi membri.
La tempesta sulle basi italiane
L’ultimo cortocircuito è scoppiato dopo un’intervista rilasciata da Rutte a Fox News. Per dimostrare alla TV americana quanto l’Europa supporti gli Stati Uniti, il Segretario Generale ha tirato in mezzo l’Italia, dicendo che circa 500 velivoli USA sarebbero decollati dalle basi sul nostro territorio per sostenere l’azione militare contro Teheran.
La replica del ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stata immediata. Il governo italiano, infatti, ha sempre ribadito di aver concesso solo supporto tecnico e logistico, escludendo qualunque coinvolgimento diretto in azioni di combattimento. Crosetto ha definito “fuorvianti” le parole di Rutte, ricordandogli che la NATO non ha alcun ruolo operativo nella campagna statunitense contro l’Iran.
La smentita ha costretto l’Alleanza a correre ai ripari con una precisazione: Rutte si riferiva semplicemente al rispetto degli accordi bilaterali già in vigore su basi, assistenza e diritti di sorvolo. Troppo tardi per evitare il caso politico a Roma, con le opposizioni che sono subito tornate a chiedere spiegazioni in Parlamento.
Il siparietto su “papà” Trump
Non è la prima volta che la diplomazia di Rutte scivola sulle parole. Al vertice NATO dell’Aia di giugno 2025, commentando le posizioni durissime di Trump su Israele e Iran, se ne uscì con una battuta: «Ogni tanto papà deve usare le maniere forti».
Il riferimento al presidente USA è parso fin troppo evidente e ha sollevato un polverone per quel tono giudicato da molti decisamente sottomesso. Rutte ha poi dovuto spiegare che non intendeva affatto definire Trump il “papà” degli alleati. A questo si aggiungono i messaggi di congratulazioni inviati a Tycoon per i raid in Iran e per i risultati sull’aumento delle spese militari europee. Una strategia chiara per tenere Washington agganciata all’asse transatlantico, che però ha esposto Rutte all’accusa di aver superato il confine che separa la mediazione dall’adulazione.
Difesa europea? «Potete continuare a sognare»
A gennaio 2026, Rutte ha gelato i piani di chi spera in un’Europa capace di difendersi da sola, dichiarando senza mezzi termini che l’indipendenza militare dagli USA è solo un “sogno”.
Se da un lato la sua analisi fotografa un reale squilibrio di forze all’interno dell’Alleanza, dall’altro i modi sono stati percepiti come liquidatori e irrispettosi verso gli sforzi di Bruxelles. Un’uscita arrivata nel momento meno opportuno, proprio mentre i governi UE discutevano intensamente su come rafforzare il pilastro europeo della NATO e tagliare il cordone ombelicale con Washington.
Mediatore o portavoce della Casa Bianca?
La sensazione è che Rutte abbia scelto una linea precisa: rassicurare Trump a ogni costo, esaltare il peso degli Stati Uniti e spingere gli europei a cedere alle richieste americane. Una scelta comprensibile se si pensa che il presidente USA ha più volte minacciato di sfilarsi dall’Alleanza se gli altri partner non pagheranno la loro quota.
Tuttavia, il Segretario Generale rappresenta tutti i membri della NATO, non solo la superpotenza più armata. Confondere il supporto logistico dell’Italia con la partecipazione attiva a una guerra significa ignorare la sensibilità di un paese, la sua Costituzione e la sua sovranità nazionale.
La forza della NATO si basa sulla fiducia reciproca e sulla trasparenza. Declassare le uscite di Rutte a semplici gaffe è riduttivo: il vero rischio è che, per compiacere Washington, si finisca per spaccare l’Europa, lasciando i governi alleati con la sgradevole sensazione di essere trattati come semplici esecutori di ordini.

Co-fondatore e direttore di Emblema Magazine, è giornalista, editore e professionista della comunicazione con oltre venticinque anni di esperienza nel settore editoriale. [vai al profilo]
