
Nel giorno in cui l’Italia ringrazia donne e uomini in divisa che garantiscono la sicurezza mentre il Paese è in vacanza, riprendiamo l’analisi pubblicata il 27 luglio da Walter Rauti. Quasi 7.000 militari, circa 239 milioni di euro l’anno e un impegno che dura dal 2008. Il problema non è abolire Strade Sicure, ma chiedersi se, nel nuovo scenario internazionale, possa essere organizzata diversamente e meglio.
Ferragosto. Le città si svuotano, milioni di italiani sono in viaggio o in vacanza, ma per migliaia di donne e uomini in divisa è una giornata di servizio come tutte le altre.
È tradizionalmente anche il momento nel quale le istituzioni rivolgono un ringraziamento particolare a chi continua a garantire sicurezza, soccorso e assistenza al Paese.
Tra questi ci sono i militari dell’operazione Strade Sicure, che anche oggi presidiano stazioni, piazze, ambasciate, luoghi di culto e obiettivi sensibili delle nostre città.
Un lavoro che merita rispetto.
Ma forse proprio oggi, mentre ringraziamo quegli uomini e quelle donne, possiamo porci una domanda ulteriore: li stiamo impiegando nel modo migliore possibile?
La domanda non nasce da una polemica politica. E neppure da chi considera sbagliata, per principio, la presenza dei militari nelle città.
A porla è Walter Rauti, Fellow di Public Management di SDA Bocconi School of Management, Deputy Director e Head of Research di SHIELD, lo Strategic Hub dedicato ai temi della sicurezza, della Difesa e della leadership strategica.
Lo ha fatto in un’analisi pubblicata il 27 luglio 2026 su Gli Stati Generali, con un titolo che contiene già la sua tesi: “Meno soldati fermi, più sicurezza: come riformare Strade Sicure senza spendere di più”.
A distanza di alcune settimane, questo Ferragosto può essere l’occasione giusta per riprenderla.
Chi è Walter Rauti e perché si occupa di Strade Sicure
Rauti non è un analista militare in senso tradizionale.
È un ricercatore che studia la Pubblica amministrazione attraverso gli strumenti del public management: organizzazione, impiego delle risorse, risultati, misurazione delle performance, governance e capacità delle istituzioni di adattarsi ai cambiamenti.
Ha conseguito un PhD all’Università degli Studi di Milano, è stato Visiting Researcher alla London School of Economics e i suoi interessi di ricerca comprendono governance pubblica, sicurezza economica, intelligence, minacce ibride e innovazione istituzionale.
In SDA Bocconi è inoltre Deputy Director e Head of Research di SHIELD, centro che affronta la sicurezza nazionale come un sistema nel quale Difesa, economia, tecnologia, istituzioni e resilienza sono sempre più strettamente collegati.
È importante chiarirlo perché consente di comprendere da quale prospettiva nasce la sua analisi.
Rauti non parte dalla domanda: “Come possiamo ridurre la presenza dei militari?”
Parte piuttosto da un’altra: “Possiamo ottenere maggiore efficacia utilizzando diversamente le stesse risorse?”
La differenza è sostanziale.
Diciotto anni dopo
Strade Sicure nasce il 4 agosto 2008 per rispondere a specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità. Doveva essere un dispositivo temporaneo.
Diciotto anni dopo è ancora con noi e, attraverso successive proroghe decise da governi di diverso orientamento politico, è diventato di fatto una componente strutturale del sistema italiano di sicurezza.
Per il triennio 2025-2027 sono previsti 6.000 militari per Strade Sicure, ai quali si aggiungono 800 unità destinate al rafforzamento della sicurezza nelle stazioni ferroviarie.
Complessivamente parliamo quindi di 6.800 militari e di circa 239 milioni di euro l’anno.
Ma attenzione.
La questione posta da Rauti non è principalmente economica.
Non sostiene che 239 milioni siano troppi e non propone semplicemente di tagliare il dispositivo per risparmiare.
Il problema è capire come vengono utilizzati quasi settemila professionisti delle Forze Armate.
Meno soldati fermi significa davvero più sicurezza?
È qui che la proposta diventa interessante.
Una parte rilevante dei militari di Strade Sicure viene impiegata nella vigilanza statica degli obiettivi.
Per alcuni di questi appare difficile immaginare alternative: ambasciate, infrastrutture critiche, luoghi particolarmente esposti e obiettivi sottoposti a specifiche minacce richiedono evidentemente una protezione continuativa.
Ma è necessario applicare indefinitamente la stessa logica a tutti i presidi?
Rauti propone di rivalutare periodicamente le postazioni statiche, mantenendole dove l’analisi del rischio ne dimostri la necessità e aumentando invece il ricorso a pattuglie mobili nelle aree urbane.
Una pattuglia può controllare più punti, modificare percorsi e orari, concentrarsi temporaneamente sulle zone dove emergono maggiori criticità.
L’obiettivo dichiarato non è quindi avere meno sicurezza. È cercare di produrne di più con le stesse risorse.
Ed è qui, tuttavia, che la proposta deve essere verificata. Perché affermare che una pattuglia mobile possa coprire un territorio più ampio è ragionevole. Dimostrare che garantisca automaticamente maggiore sicurezza è un’altra cosa.
La presenza fissa di un militare rappresenta anche deterrenza, visibilità dello Stato e percezione di sicurezza.
Sono elementi che non possono essere ignorati.
C’è un costo che non si misura in euro
Il vero punto di forza della riflessione di Rauti emerge però quando dalla sicurezza urbana passiamo alla capacità operativa dell’Esercito.
E qui non dobbiamo affidarci soltanto alla sua analisi.
Il 24 luglio 2024, durante un’audizione parlamentare, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, spiegò che l’impegno in Strade Sicure sottrae costantemente all’addestramento al combattimento l’equivalente di 12-14 reggimenti di manovra.
Masiello indicò anche un altro problema: al termine di sei mesi di impiego, ogni militare accumula mediamente circa 55 giorni di recupero, derivanti dai servizi effettuati nei giorni festivi e dallo straordinario eccedente.
Numeri che cambiano la prospettiva.
Perché a quel punto il costo di Strade Sicure non è più soltanto quello riportato nel bilancio dello Stato.
C’è un secondo costo, molto più difficile da quantificare: l’addestramento che non viene svolto.
Nel 2008 il mondo era diverso
Ed è probabilmente questo il punto sul quale oggi, Ferragosto 2026, vale la pena riflettere. Strade Sicure è stata concepita diciotto anni fa. Nel frattempo è cambiato il mondo.
L’Europa è tornata a confrontarsi con la guerra sul proprio continente. Sono aumentate le minacce ibride, i rischi cyber, i sabotaggi e la vulnerabilità delle infrastrutture strategiche.
La NATO chiede agli Stati membri non soltanto maggiori investimenti nella Difesa, ma forze realmente disponibili, addestrate, interoperabili e rapidamente impiegabili.
E allora una domanda che nel 2008 poteva apparire secondaria oggi assume un peso completamente diverso: quanto possiamo permetterci di sottrarre migliaia di militari professionisti ai loro normali cicli addestrativi?
Ma nel 2013 la Corte dei conti diceva qualcosa di diverso
C’è un precedente che rende il dibattito ancora più interessante.
Nel 2013 la Corte dei conti sottopose Strade Sicure a una specifica valutazione sull’efficacia, l’efficienza e l’economicità dell’operazione. E arrivò a una conclusione che, almeno apparentemente, va nella direzione opposta rispetto alla proposta avanzata oggi da Rauti.
La Corte considerava infatti più funzionale utilizzare i militari nella vigilanza di siti e obiettivi sensibili, consentendo così alle Forze di polizia di dedicare maggiori risorse al controllo dinamico del territorio, piuttosto che impiegare direttamente i militari nelle pattuglie.
Una valutazione razionale, ma formulata tredici anni fa, ed è proprio questo confronto a rendere interessante la proposta di Rauti.
Ciò che appariva più efficiente nel 2013 è ancora necessariamente la soluzione migliore nel 2026? Non lo sappiamo.
Ed è forse proprio questo il problema.
Una critica ideologica? No
Letta nel suo complesso, l’analisi di Walter Rauti difficilmente può essere considerata una contestazione ideologica di Strade Sicure.
Non propone di eliminare i militari dalle città.
Non nega la necessità dei presidi statici quando esiste un rischio che li giustifichi.
Non propone neppure semplicemente di tagliare la spesa.
Chiede invece di misurare, sperimentare e verificare.
La sua ipotesi è ridurre progressivamente alcune postazioni statiche, aumentare il pattugliamento dinamico e verificare attraverso indicatori concreti se il nuovo modello produca risultati migliori. Si può essere d’accordo oppure no.
Ma è una proposta che merita una risposta altrettanto tecnica.
Il miglior ringraziamento?
Oggi è Ferragosto. Mentre scriviamo, militari, poliziotti, carabinieri, finanzieri, vigili del fuoco, uomini e donne delle Capitanerie di Porto e tanti altri operatori stanno lavorando mentre milioni di italiani trascorrono una giornata di vacanza.
Ringraziarli è doveroso, ma forse, dopo diciotto anni di Strade Sicure, il miglior ringraziamento nei confronti dei militari potrebbe essere anche quello di interrogarci seriamente su come utilizzare al meglio la loro professionalità.
Non si tratta di scegliere tra militari nelle città oppure militari nelle caserme e neppure di stabilire se Strade Sicure abbia funzionato oppure no.
La domanda è più concreta.
Possiamo continuare a garantire la stessa sicurezza — o magari una sicurezza maggiore — immobilizzando meno personale nei presidi statici e restituendo contemporaneamente capacità addestrativa alle Forze Armate?
Walter Rauti ha avanzato una proposta. La Corte dei conti, tredici anni fa, aveva indicato una strada in parte diversa. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha posto sul tavolo il problema dell’addestramento.
A questo punto sarebbe utile avere dati aggiornati che consentano di confrontare seriamente le diverse soluzioni.
Perché dopo diciotto anni la domanda non dovrebbe più essere se Strade Sicure serva o non serva.
La domanda dovrebbe essere un’altra: quale Strade Sicure serve oggi all’Italia?

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