La divisa non ha bisogno di entrare nella polemica

Il confronto tra Gianfranco Paglia e Roberto Vannacci riporta al centro una questione che va molto oltre i protagonisti: fino a che punto chi continua a rappresentare le Forze Armate dovrebbe lasciarsi coinvolgere nello scontro politico e mediatico? Non è questione di stabilire chi abbia ragione. È questione di preservare qualcosa che appartiene a tutti: la divisa.

Ci sono polemiche nelle quali, forse, la scelta migliore sarebbe semplicemente non entrare. Non perché manchino gli argomenti, non perché si debba rinunciare alle proprie idee e neppure perché il silenzio debba essere imposto a qualcuno. Ma perché esistono ruoli che chiedono qualcosa in più rispetto alla semplice libertà di prendere parte a una discussione.

Il recente confronto che ha nuovamente coinvolto il tenente colonnello Gianfranco Paglia e Roberto Vannacci offre l’occasione per una riflessione che vorremmo tenere deliberatamente lontana dalla contesa politica.

Non interessa, in questa sede, stabilire se abbia ragione Paglia oppure Vannacci. E queste righe non vogliono essere, in alcun modo, una difesa delle posizioni politiche dell’ex generale. Il punto è un altro: la divisa.

Gianfranco Paglia merita un rispetto che prescinde dalle opinioni che ciascuno può avere sulle sue dichiarazioni. È una Medaglia d’Oro al Valor Militare, un uomo che a Mogadiscio ha pagato personalmente e drammaticamente il proprio servizio allo Stato. La sua storia parla prima ancora delle sue parole e impone misura a chiunque voglia commentarle.
Proprio per questo, però, ci permettiamo una riflessione.

Chi sceglie di indossare una divisa sceglie anche di accettare limiti, responsabilità e doveri che non terminano quando si esce da una caserma o quando si accende una telecamera. L’uniforme concede molto in termini di autorevolezza, ma proprio per questo pretende altrettanto in termini di equilibrio.

Un militare non è un politico. La sua forza, agli occhi dei cittadini, sta anche nel fatto che quella divisa non appartiene a una parte. Appartiene allo Stato. Dietro le stellette devono potersi riconoscere il cittadino di destra e quello di sinistra, chi governa e chi sta all’opposizione, chi condivide determinate idee e chi le considera profondamente sbagliate.

È questo patrimonio di terzietà che dovrebbe essere custodito con particolare attenzione. Soprattutto oggi.

Viviamo infatti una stagione nella quale la polemica sembra essere diventata una professione. Ogni affermazione pretende una replica, ogni posizione genera immediatamente uno schieramento, ogni argomento viene trasformato in un’occasione per dividere. Siamo entrati nella cultura del “no” per principio, del “tutto è sbagliato”, del “prima di noi nessuno ha fatto nulla” e del sempre rassicurante “arriviamo noi e sistemiamo tutto”.

È una rappresentazione semplicistica della realtà che attraversa ormai politica, informazione e social network.
Dobbiamo davvero trascinarci dentro anche gli uomini e le donne in divisa?
La domanda non riguarda Paglia più di quanto riguardi qualsiasi altro militare. E non riguarda Vannacci come politico. Riguarda il confine che dovrebbe continuare a separare il confronto politico dal servizio dello Stato.

Naturalmente un militare è anche un cittadino. Ha idee, sensibilità, convinzioni. Sarebbe assurdo pretendere che non le avesse. Ma indossare una divisa significa avere scelto volontariamente una condizione particolare. Ci sono diritti, doveri, regole e comportamenti che discendono proprio da quella scelta. E tra questi dovrebbe esserci anche la consapevolezza che una parola pronunciata portando con sé il peso dell’uniforme non è mai soltanto una parola personale. Possiede inevitabilmente un significato diverso.

Per questo crediamo che, in alcune circostanze, non raccogliere una provocazione possa essere una dimostrazione di forza, non di debolezza. Evitare una replica non significa rinunciare alle proprie convinzioni. Significa riconoscere che esistono istituzioni che meritano di essere tenute qualche metro più in alto rispetto al terreno quotidiano dello scontro. Le Forze Armate sono tra queste.

L’Italia attraversa una fase complessa, mentre intorno a noi guerre, instabilità internazionale e nuove minacce riportano drammaticamente al centro il tema della sicurezza e della Difesa. Mai come adesso abbiamo bisogno di Forze Armate percepite come patrimonio comune e di uomini e donne capaci di rappresentarle con autorevolezza, competenza e misura.

La divisa non dovrebbe avere bisogno di partecipare alla gara quotidiana delle dichiarazioni, delle repliche e delle controrepliche. Ha già qualcosa di molto più importante da rappresentare.
Lo Stato.

E forse, proprio in un tempo nel quale tutti sembrano avere qualcosa da gridare, il modo migliore per difenderne l’autorevolezza è ricordarsi che chi indossa una divisa non deve necessariamente avere l’ultima parola.
A volte gli basta avere il senso delle istituzioni.