La Garibaldi lascia l’Italia. Dopo quarant’anni l’ex ammiraglia prende la rotta dell’Indonesia

L’ultimo ammainabandiera a Taranto, poi la partenza verso l’Asia. La Giuseppe Garibaldi, prima portaerei della Marina Militare italiana, chiude oltre quarant’anni di servizio sotto il Tricolore ma non la propria vita operativa. Ceduta all’Indonesia, continuerà a navigare con un nuovo nome e una nuova funzione. Una scelta che evita all’Italia i costi della dismissione e guarda anche ai rapporti strategici e industriali con Giacarta.

La sera del 24 agosto, nel Mar Grande di Taranto, il Tricolore è sceso per l’ultima volta dal pennone di poppa della Giuseppe Garibaldi. Poco dopo sono stati mollati gli ormeggi e la nave che per decenni ha rappresentato uno dei simboli più riconoscibili della Marina Militare italiana ha iniziato il viaggio verso l’Indonesia.

È un addio particolare, perché la Garibaldi non va incontro alla demolizione. Cambia Paese, cambierà bandiera e continuerà a navigare.

Per la Marina italiana si chiude così una storia iniziata negli anni Ottanta. Varata a Monfalcone il 4 giugno 1983 ed entrata in servizio nel 1985, la Garibaldi fu la prima portaerei effettivamente operativa della Marina Militare e ne divenne l’ammiraglia, ruolo mantenuto fino al 2011, quando il testimone passò alla Cavour. Lunga poco più di 180 metri e capace, nelle diverse configurazioni, di imbarcare una componente aerea composta da velivoli ed elicotteri, rappresentò un salto importante nelle capacità operative della flotta italiana.

Non fu soltanto una questione di dimensioni o di tecnologia. Con la Garibaldi la Marina acquisì progressivamente la possibilità di proiettare una componente aeronavale italiana ben oltre le acque nazionali, partecipando ad alcune delle principali operazioni internazionali degli ultimi decenni.

La Somalia fu uno dei primi banchi di prova. Nel 1994 la nave partecipò all’operazione Restore Hope e l’anno successivo tornò nell’Oceano Indiano nell’ambito della missione Ibis III. Seguirono i Balcani, il Kosovo e poi l’Afghanistan. Nel 2001, durante Enduring Freedom, la Garibaldi rimase per 87 giorni in mare senza scali tecnici, percorrendo circa 20 mila miglia. Gli AV-8B Harrier imbarcati effettuarono 288 missioni per complessive 860 ore di volo, operando sull’Afghanistan anche a oltre 1.500 chilometri dalla nave.

Dieci anni più tardi arrivò la Libia. Durante l’operazione Unified Protector del 2011 la Garibaldi trascorse 78 giorni consecutivi in mare, impiegata come portaerei e sede di comando. Gli Harrier decollati dal suo ponte totalizzarono 1.218 ore di volo e 173 sortite.

Numeri che appartengono ormai alla storia operativa della Marina, ma che spiegano meglio di qualsiasi celebrazione cosa abbia rappresentato questa unità.

Una nave costruita prima che l’Italia potesse avere i suoi Harrier

Nella vicenda della Garibaldi c’è anche una singolarità tutta italiana. La nave era stata progettata per poter operare con velivoli a decollo corto e atterraggio verticale, ma quando entrò in servizio la Marina non poteva ancora disporre legalmente di propri aerei da combattimento.

La situazione cambiò nel 1989, quando una legge consentì finalmente alla Marina Militare di dotarsi di una componente aerea ad ala fissa. La scelta cadde sugli AV-8B Harrier II Plus e i primi velivoli da addestramento furono consegnati nel 1991.

La Garibaldi, insomma, era arrivata prima della norma che avrebbe consentito di sfruttarne pienamente una delle caratteristiche fondamentali. Negli anni successivi il binomio tra la nave e gli Harrier sarebbe invece diventato una delle immagini più note dell’Aviazione Navale italiana.

La sua carriera si è progressivamente avviata alla conclusione con l’ingresso in servizio di unità di nuova generazione. Dopo oltre quattro decenni, la permanenza della Garibaldi nella flotta non era più giustificata neppure sotto il profilo economico. Posta in riserva nel 2024, l’unità conservava un valore inventariale stimato intorno ai 54 milioni di euro, ma mantenerla sarebbe costato allo Stato circa 5 milioni l’anno. Ancora più onerosa sarebbe stata la demolizione, valutata in circa 18,7 milioni di euro, oltre ai tempi necessari per completare l’intera procedura.

Da qui la decisione, autorizzata dal Parlamento, della cessione gratuita all’Indonesia.

Una soluzione che ha inevitabilmente suscitato qualche interrogativo: regalare una nave con un valore contabile ancora significativo può apparire, a prima vista, poco comprensibile. Il conto cambia però considerando quanto sarebbe costato conservarla senza utilizzarla oppure demolirla.

C’è poi un secondo aspetto, probabilmente più importante nel medio periodo. Il trasferimento della Garibaldi si colloca nel rafforzamento dei rapporti tra Roma e Giacarta, in una regione, quella dell’Indo-Pacifico, che ha assunto un peso crescente negli equilibri internazionali. Nella documentazione parlamentare relativa all’operazione vengono richiamate anche possibili opportunità per l’industria italiana della difesa, dai sommergibili ai velivoli M-346 fino agli aerei da pattugliamento marittimo.

È opportuno mantenere distinti i due piani: non si tratta di commesse automaticamente ottenute in cambio della Garibaldi, ma di prospettive industriali inserite in una cooperazione assai più ampia tra Italia e Indonesia.

Da Giuseppe Garibaldi a KRI Gajah Mada

Per Giacarta l’arrivo della nave ha un significato altrettanto rilevante. La Marina indonesiana si prepara infatti a disporre per la prima volta di un’unità di questo tipo. La Garibaldi verrà sottoposta a interventi di riconfigurazione e ammodernamento e dovrebbe essere utilizzata, privata delle precedenti capacità offensive, soprattutto come piattaforma portaelicotteri o portadroni, oltre che per compiti di comando, addestramento e supporto logistico.

La stessa Indonesia ha già indicato il futuro nome della nave: KRI Gajah Mada. Secondo quanto riferito dal capo di Stato maggiore della Marina indonesiana, ammiraglio Muhammad Ali, durante il trasferimento l’unità conserva ancora il nome ITS Giuseppe Garibaldi e la bandiera italiana; il cambio avverrà una volta completato il passaggio in Indonesia.

Anche il nome scelto ha un significato preciso. Gajah Mada fu una delle figure centrali della storia dell’arcipelago indonesiano, protagonista nel XIV secolo dell’espansione dell’Impero Majapahit e oggi considerato uno dei simboli storici dell’unità del Paese.

La nave che lascia l’Italia portando il nome dell’Eroe dei Due Mondi entrerà quindi in una nuova Marina con il nome di un personaggio altrettanto radicato nella memoria nazionale indonesiana.

Per Taranto resta l’immagine dell’ultima sera. Per anni si era anche parlato della possibilità di conservare la Garibaldi come nave museo, mantenendola legata alla città che ne ha accompagnato una parte importante della vita. Il progetto non si è concretizzato e alla fine ha prevalso una soluzione diversa.

Forse meno romantica, certamente più pragmatica.

La Giuseppe Garibaldi non verrà smantellata e non finirà in qualche bacino in attesa della demolizione. Continuerà a prendere il mare. Cambieranno l’equipaggio, il nome sulla fiancata e la bandiera a poppa, ma resterà una nave operativa.

Per un’unità che porta come motto “Obbedisco”, dopo oltre quarant’anni trascorsi al servizio dell’Italia, è un epilogo che ha qualcosa di singolare: l’ultimo ordine ricevuto è stato quello di ripartire.