
L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov lancia uno degli allarmi più duri arrivati finora dall’interno dell’apparato di Kyiv: l’Ucraina starebbe progressivamente perdendo la guerra e avrebbe soltanto pochi mesi per correggere la rotta. Ma dietro la denuncia politica emerge soprattutto un problema strategico: droni, intelligenza artificiale e missili non bastano se non vengono inseriti in un sistema capace di trasformare innovazione, produzione industriale e comando in superiorità operativa.
Mykhailo Fedorov non è più ministro della Difesa ucraino, ma proprio per questo le sue parole assumono oggi un peso particolare. Dopo la rimozione dall’incarico, avvenuta nel quadro del recente rimpasto ai vertici di Kyiv, l’ex ministro ha scelto di intervenire pubblicamente sostenendo che l’Ucraina starebbe gradualmente perdendo la guerra contro la Russia e avrebbe a disposizione soltanto pochi mesi per introdurre cambiamenti sostanziali.
È una valutazione che va letta naturalmente anche alla luce dello scontro politico interno seguito alla sua uscita dal governo. Fedorov ha criticato apertamente inefficienze, corruzione e mancanza di una visione strategica coerente, arrivando a mettere in discussione il funzionamento stesso della macchina statale e militare. Le sue dichiarazioni non possono quindi essere considerate una fotografia neutrale della situazione sul campo, ma rappresentano comunque una delle critiche più severe formulate negli ultimi mesi da una figura che fino a poche settimane fa sedeva al vertice del Ministero della Difesa.
Il punto più interessante, però, non è tanto la polemica con il presidente Volodymyr Zelensky o con i vertici militari quanto la distanza che Fedorov individua tra la capacità ucraina di innovare e quella di trasformare l’innovazione in un sistema militare realmente efficace.
L’Ucraina dispone oggi di una delle esperienze più avanzate al mondo nell’impiego di droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale. Nel corso del 2026 Kyiv ha anche aperto parte dei propri dati provenienti dal campo di battaglia agli alleati per addestrare modelli di intelligenza artificiale destinati ai droni, mentre lo stesso Fedorov, durante il suo mandato, aveva indicato nella digitalizzazione e nell’uso sistematico dei dati una delle priorità per modernizzare le Forze Armate.
Eppure, secondo l’ex ministro, possedere tecnologie avanzate non equivale automaticamente a possedere una capacità strategica superiore.
Il problema non è inventare, ma integrare
La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto rapidamente l’innovazione possa modificare il campo di battaglia. Sistemi che pochi anni fa erano considerati sperimentali vengono oggi utilizzati quotidianamente: droni FPV, piattaforme autonome, software per il riconoscimento dei bersagli, reti di sensori e sistemi capaci di analizzare enormi quantità di dati in tempi ridotti.
La difficoltà nasce quando queste capacità devono essere integrate in una struttura militare che opera su un fronte di oltre mille chilometri, con decine di brigate, differenti catene di comando e una necessità continua di munizioni, ricambi e personale addestrato.
Una tecnologia può funzionare perfettamente durante una sperimentazione e fallire strategicamente se non viene prodotta in quantità sufficienti, distribuita ai reparti, integrata nelle procedure operative e sostenuta da una logistica adeguata.
È proprio questo il nodo indicato da Fedorov. L’Ucraina avrebbe sviluppato droni autonomi, sistemi guidati dall’intelligenza artificiale e programmi missilistici nazionali, ma mancherebbe ancora un piano sufficientemente coerente per far sì che queste capacità producano un effetto decisivo sull’intero teatro operativo.
Non è soltanto una questione tecnologica. È una questione di comando, organizzazione e capacità industriale.
La guerra dei droni è diventata una guerra industriale
Negli ultimi anni l’Ucraina è stata descritta spesso come un laboratorio mondiale della guerra dei droni, ed è una definizione in gran parte giustificata. Molte delle innovazioni che oggi vengono studiate dalle Forze Armate occidentali sono state sviluppate o accelerate proprio grazie all’esperienza maturata sul fronte ucraino.
Ma un laboratorio produce innovazione. Una guerra di attrito richiede soprattutto produzione di massa. La differenza è decisiva.
Un drone efficace può essere progettato in poche settimane; costruirne decine o centinaia di migliaia, garantire componenti, batterie, sensori, software, operatori addestrati e capacità di sostituirli rapidamente quando vengono distrutti richiede invece una struttura industriale molto più complessa.
Lo stesso vale per la difesa aerea. Fedorov ha richiamato in particolare la scarsità degli intercettori, un problema che Kyiv denuncia da mesi mentre gli attacchi russi combinano missili balistici, cruise e grandi quantità di droni.
La superiorità tecnologica, dunque, rischia di perdere valore quando l’avversario riesce a imporre una scala di combattimento superiore alla capacità di produzione e sostituzione di chi difende.
Ed è precisamente qui che innovazione e industria diventano la stessa cosa.
Anche l’intelligenza artificiale ha bisogno di una dottrina
L’Ucraina sta investendo fortemente nell’intelligenza artificiale applicata al combattimento. Kyiv utilizza già sistemi automatizzati per diverse funzioni operative e punta a integrare progressivamente l’IA in una rete unificata capace di accelerare l’individuazione dei bersagli e il processo decisionale.
Il recente accordo con il Regno Unito conferma questa direzione: Londra avrà accesso agli strumenti e ai dati sviluppati dagli ucraini per migliorare sistemi di riconoscimento e autonomia, in un rapporto che mostra quanto il trasferimento tecnologico stia ormai avvenendo in entrambe le direzioni. Ma anche in questo caso il problema resta l’integrazione.
L’intelligenza artificiale può rendere più veloce il ciclo tra individuazione del bersaglio e decisione, ma non può sostituire una catena di comando efficace, una dottrina chiara e la capacità di distribuire le informazioni ai reparti che devono realmente combattere.
È una distinzione importante perché negli ultimi anni il dibattito sulla guerra futura si è spesso concentrato sulle singole tecnologie, quasi che il sistema più avanzato fosse automaticamente destinato a prevalere. L’esperienza ucraina suggerisce invece che la vera superiorità nasce quando sensori, piattaforme, software, munizioni e uomini vengono trasformati in un unico sistema coerente.
Dietro le parole di Fedorov c’è anche una crisi politica
Le dichiarazioni dell’ex ministro non possono essere separate dal momento politico attraversato dall’Ucraina. La sua rimozione ha aperto uno scontro pubblico con la leadership di Kyiv e Fedorov è stato anche il primo esponente di primo piano a chiedere elezioni durante la guerra, proposta respinta con forza da Zelensky e contestata anche da una parte dell’opinione pubblica ucraina.
La legge ucraina impedisce lo svolgimento di elezioni durante la legge marziale e il problema è anche pratico: milioni di cittadini sono sfollati, centinaia di migliaia di militari sono al fronte e intere aree del Paese restano sotto occupazione russa.
Per questo sarebbe sbagliato leggere le parole di Fedorov soltanto come un’analisi militare. Sono anche parte di una battaglia politica sul modo in cui l’Ucraina deve essere governata mentre combatte una guerra che dura ormai da anni.
Il Cremlino ha immediatamente utilizzato queste divisioni per sostenere la propria narrativa sull’instabilità politica di Kyiv, ulteriore dimostrazione di quanto le tensioni interne ucraine abbiano inevitabilmente anche una dimensione internazionale.
La questione riguarda anche l’Occidente
Il vero significato delle dichiarazioni di Fedorov, però, va oltre la politica ucraina. Se l’Ucraina non riesce a trasformare rapidamente le proprie capacità tecnologiche in una struttura militare più efficiente, il problema riguarda direttamente anche gli alleati occidentali.
Negli ultimi anni Europa e Stati Uniti hanno fornito sistemi d’arma, munizioni, radar, intelligence e sostegno finanziario, ma il conflitto sta dimostrando che non basta consegnare tecnologia: occorre costruire la capacità di utilizzarla, produrla e sostenerla su una scala compatibile con una guerra di lunga durata.
È esattamente la stessa lezione che oggi la NATO sta cercando di assorbire osservando il fronte ucraino. Il patrimonio di dati e innovazioni sviluppato da Kyiv sta diventando una risorsa anche per gli alleati, ma allo stesso tempo le difficoltà denunciate da Fedorov rappresentano un avvertimento per tutte le Forze Armate occidentali.
Un esercito può disporre del drone migliore, del missile più preciso o dell’algoritmo più sofisticato. Se però non riesce a produrli abbastanza rapidamente, integrarli nel comando e sostituirli quando vengono consumati, la tecnologia rischia di restare una somma di eccellenze senza trasformarsi in superiorità militare.
Ed è probabilmente questo il passaggio più importante delle parole dell’ex ministro.
La guerra in Ucraina continua a essere un laboratorio tecnologico, ma è diventata soprattutto un enorme banco di prova per la capacità delle società moderne di trasformare innovazione, industria e organizzazione in potenza militare.
Fedorov sostiene che Kyiv abbia soltanto pochi mesi per riuscirci.
La sua valutazione potrà rivelarsi eccessivamente pessimistica o condizionata dallo scontro politico seguito alla sua rimozione. La domanda che pone, però, resta difficilmente eludibile: quanto valore ha una tecnologia rivoluzionaria se un Paese non riesce a trasformarla rapidamente in un sistema capace di cambiare davvero la guerra?

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