L’Italia guida la sperimentazione NATO sui droni: a Torre Veneri nasce la difesa multidominio

Il ministro Guido Crosetto e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, hanno assistito alle attività della Task Force X–Central Mediterranean. Oltre cento sistemi senza equipaggio vengono sperimentati nei domini terrestre, marittimo, aereo, cyber e spaziale.

Non una semplice esercitazione militare, ma un laboratorio operativo nel quale provare concretamente come potrebbero agire le Forze Armate nei prossimi anni. Il poligono di Torre Veneri, nel territorio di Lecce, è diventato uno dei centri della Task Force X–Central Mediterranean, l’iniziativa promossa dal NATO Allied Command Transformation e guidata dallo Stato Maggiore della Difesa italiano.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, hanno assistito alla dimostrazione operativa insieme ai rappresentanti dei comandi strategici della NATO e ai vertici delle Forze Armate. Una visita che testimonia l’importanza attribuita a un programma destinato a incidere profondamente sull’evoluzione dello strumento militare nazionale e alleato.

Una sperimentazione senza precedenti

La Task Force X–Central Mediterranean rappresenta un passaggio particolarmente significativo perché, per la prima volta, una singola nazione alleata – l’Italia – assume la guida di una Task Force X pienamente multidominio.

Le precedenti iniziative condotte nel Baltico e nell’Artico si erano concentrate soprattutto sull’ambiente marittimo. Quella avviata in Puglia estende invece la sperimentazione contemporaneamente ai cinque domini operativi: terrestre, marittimo, aereo, cyber e spaziale. A questi si aggiungono l’ambiente subacqueo e lo spettro elettromagnetico, le cui informazioni devono confluire in un quadro operativo comune.

Il punto, dunque, non è soltanto verificare se un drone sia in grado di volare, navigare o muoversi sul terreno. La vera sfida consiste nel far dialogare sensori, piattaforme, centri di comando e sistemi appartenenti a differenti Forze Armate e nazioni, trasformando la grande quantità di dati raccolti in informazioni immediatamente utilizzabili da chi deve assumere una decisione.

Oltre cento sistemi senza equipaggio

Le attività, iniziate il 22 giugno e destinate a proseguire fino al 10 luglio in Puglia e nel settore meridionale dell’Adriatico, coinvolgono più di cento sistemi aerei, navali, subacquei e terrestri senza equipaggio, affiancati da radar e dispositivi per il contrasto ai droni.

Vengono sperimentate capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione, sistemi di comando e controllo interoperabili, condivisione dei dati e cooperazione tra piattaforme pilotate e non pilotate. L’impiego delle nuove tecnologie rimane comunque sottoposto al controllo umano, un principio espressamente richiamato sia dalla NATO sia dalla Difesa italiana.

Accanto all’Italia partecipano Croazia, Lettonia, Slovenia e Stati Uniti. Albania, Bulgaria, Grecia, Macedonia del Nord, Montenegro, Romania e Ungheria prendono invece parte alle attività in qualità di osservatori. È inoltre presente una componente industriale, chiamata a confrontarsi direttamente con le esigenze operative e con le valutazioni espresse dal personale militare durante le prove sul campo.

Dal drone isolato al “sistema di sistemi”

La guerra in Ucraina e le più recenti crisi internazionali hanno dimostrato che i droni non possono più essere considerati strumenti accessori. Sono ormai utilizzati per sorvegliare vaste aree, individuare obiettivi, proteggere infrastrutture, trasportare materiali, disturbare le comunicazioni e, naturalmente, condurre azioni offensive.

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non consiste nell’aumentare semplicemente il numero delle piattaforme disponibili. Occorre costruire un sistema di sistemi, nel quale i dati raccolti da un drone aereo possano essere integrati con quelli provenienti da un mezzo navale, da un sensore subacqueo, da un satellite o da una rete radar.

Il generale Portolano ha sottolineato come le minacce contemporanee non conoscano confini e non si manifestino in un solo dominio. Per questa ragione la sperimentazione italiana punta a rendere interoperabili piattaforme, sensori e informazioni differenti, rafforzando la capacità di deterrenza della NATO sul Fianco Sud.

Il Mediterraneo torna al centro

La scelta della Puglia e dell’Adriatico meridionale non è casuale. Il Mediterraneo centrale costituisce uno spazio strategico nel quale si incontrano Europa, Nord Africa e Medio Oriente, attraversato da rotte energetiche e commerciali fondamentali e caratterizzato dalla presenza di infrastrutture critiche, cavi sottomarini e collegamenti essenziali per le comunicazioni.

In questo scenario, la capacità di mantenere una sorveglianza continua e di condividere rapidamente le informazioni tra differenti comandi assume un valore decisivo. I sistemi senza equipaggio possono garantire una presenza più diffusa e persistente, lasciando alle piattaforme tradizionali le missioni che richiedono capacità maggiori o l’intervento diretto del personale.

La Task Force X non vuole quindi sostituire indiscriminatamente uomini, navi, velivoli o mezzi terrestri, ma individuare un nuovo equilibrio tra sistemi con equipaggio e sistemi autonomi o remotamente controllati.

Crosetto: trasformare la sperimentazione in una struttura permanente

Nel corso della visita a Torre Veneri, il ministro Crosetto ha indicato un obiettivo che va oltre la durata dell’attività in corso: trasformare l’esperienza maturata in una struttura continua, nella quale le Forze Armate possano collaborare stabilmente con industria, ricerca, altre amministrazioni dello Stato e partner internazionali.

L’idea è quella di creare un luogo permanente di sperimentazione e confronto, capace di accorciare i tempi che separano l’innovazione tecnologica dalla sua effettiva utilizzazione operativa. Un’esigenza particolarmente avvertita in un settore nel quale le tecnologie evolvono spesso più velocemente delle tradizionali procedure di acquisizione militare.

La NATO ha infatti inserito Task Force X nel proprio programma di adozione rapida delle nuove capacità, con l’intento di selezionare le soluzioni che dimostrano di funzionare, integrarle nei sistemi esistenti e renderle rapidamente disponibili agli Alleati.

Una responsabilità per l’Italia

La guida italiana della Task Force X–Central Mediterranean rappresenta certamente un riconoscimento, ma anche una responsabilità. Significa contribuire non soltanto con mezzi e personale, ma con capacità di coordinamento, visione operativa e competenze tecnologiche.

Torre Veneri diventa così molto più di un poligono nel quale provare nuovi droni: è uno dei luoghi nei quali la NATO sta cercando di comprendere come organizzare la difesa del futuro.

Un futuro nel quale la superiorità non dipenderà esclusivamente dal numero e dalla potenza delle piattaforme disponibili, ma dalla capacità di collegarle, proteggerle, farle cooperare e trasformare in pochi istanti milioni di dati in decisioni comprensibili, tempestive e, soprattutto, ancora pienamente affidate alla responsabilità dell’uomo.