
L’Eurofighter italiano intervenuto nei cieli della Lettonia ha dimostrato che la NATO è in grado di reagire rapidamente a una violazione dello spazio aereo. Ma proprio quell’abbattimento apre una questione destinata a diventare sempre più rilevante: quanto è sostenibile utilizzare sistemi d’arma sofisticati e costosi per neutralizzare droni che possono essere prodotti e impiegati in grandi quantità?
L’episodio del 14 agosto offre un’immagine molto chiara di ciò che sta accadendo sul fianco orientale dell’Alleanza. Un velivolo senza pilota attraversa una frontiera, viene individuato, scatta l’allarme, i caccia decollano, raggiungono il bersaglio, lo identificano e, quando necessario, lo neutralizzano. Il sistema funziona, ma proprio il successo dell’intervento impone di guardare oltre la singola missione e di chiedersi se sia possibile difendere stabilmente i cieli europei facendo decollare un caccia da combattimento ogni volta che compare un drone.
La risposta, almeno nel lungo periodo, non può essere affidata soltanto agli Eurofighter, agli F-16, agli F-18 o agli altri moderni velivoli dell’Alleanza. Non perché questi non siano adatti a intervenire, ma perché la natura della minaccia sta cambiando più velocemente dei modelli di difesa costruiti negli ultimi decenni. Quando un oggetto non identificato penetra nello spazio aereo alleato, il caccia conserva capacità di velocità, identificazione e intervento difficilmente sostituibili; il problema nasce quando il bersaglio non è più uno solo, ma diventa parte di una minaccia diffusa, ripetitiva e potenzialmente numerosa.
Il drone cambia l’economia della difesa
La guerra in Ucraina ha mostrato quanto rapidamente i sistemi senza pilota possano trasformarsi da strumenti specialistici in mezzi impiegati su larga scala. Droni da ricognizione, velivoli d’attacco a lungo raggio, FPV, munizioni circuitanti e sistemi costruiti anche utilizzando componentistica commerciale convivono ormai sullo stesso campo di battaglia e, soprattutto, possono essere prodotti e lanciati in quantità che sarebbero difficilmente immaginabili per un’aviazione tradizionale.
È qui che nasce quella che potremmo definire l’economia della difesa anti-drone. Per chi attacca, il vantaggio consiste anche nella possibilità di utilizzare un mezzo relativamente semplice per costringere l’avversario ad attivare un sistema di difesa molto più complesso, fatto di radar, centri di comando, personale, velivoli, carburante, manutenzione e, quando necessario, munizionamento.
Il confronto, quindi, non può essere ridotto al prezzo di un drone contrapposto a quello del missile impiegato per distruggerlo. Il costo reale è quello dell’intera catena necessaria per individuare, classificare, seguire e neutralizzare la minaccia, una catena che deve restare operativa ventiquattro ore su ventiquattro e che, sul fianco orientale della NATO, è oggi sottoposta a una pressione crescente.
Abbatterli tutti con un missile non basta
La questione non è stabilire se un missile moderno possa distruggere un drone: può farlo. Il vero problema è capire quando sia davvero necessario utilizzare quel missile e quando, invece, sia possibile ricorrere a una soluzione più conveniente e proporzionata.
Se la minaccia è rappresentata da un singolo velivolo che attraversa una frontiera e la sua natura non è immediatamente conosciuta, l’intervento di un caccia può essere inevitabile. Ma uno scenario nel quale decine o centinaia di UAV saturano contemporaneamente lo spazio aereo cambia completamente la prospettiva, perché utilizzare intercettori sofisticati contro un numero elevato di bersagli relativamente economici significa sottoporre rapidamente a pressione sia le scorte di munizionamento sia la capacità industriale necessaria a ricostituirle.
Il problema, quindi, non è soltanto tecnico ma anche economico e industriale. Una difesa efficace deve essere in grado non soltanto di abbattere il bersaglio, ma anche di farlo in modo ripetibile, sostenibile e compatibile con una minaccia che può presentarsi giorno dopo giorno.
La risposta è una difesa stratificata
È per questo che la NATO sta lavorando sempre più su un modello di difesa stratificata, nel quale strumenti diversi siano utilizzati contro minacce diverse. Non esiste, infatti, una singola arma capace di risolvere il problema dei droni in tutte le sue forme, perché un piccolo FPV non pone le stesse esigenze di un UAV d’attacco a lungo raggio e un drone controllato a distanza non presenta le stesse vulnerabilità di uno capace di navigare autonomamente.
Il primo livello della difesa deve quindi scoprirli. Radar, sensori elettro-ottici e sistemi di rilevamento delle emissioni radio devono essere in grado di distinguere un piccolo UAV da tutto ciò che normalmente occupa lo spazio aereo; il secondo livello deve identificarli e seguirli, mentre solo successivamente si pone il problema della neutralizzazione.
Ed è proprio qui che aumentano le possibilità. Guerra elettronica, disturbo delle comunicazioni e della navigazione, cannoni, intercettori dedicati, altri droni, sistemi missilistici e, agli estremi della catena, i caccia devono essere considerati non come alternative tra loro, ma come componenti di uno stesso sistema.
È questo il senso della cosiddetta difesa “layered”, stratificata: utilizzare ogni volta lo strumento più adatto alla minaccia, evitando di impiegare una risposta eccessivamente costosa quando ne esiste una più semplice ed efficace.
Non sempre la guerra elettronica sarà sufficiente
Anche le soluzioni apparentemente più economiche presentano tuttavia dei limiti. Disturbare il collegamento radio tra un drone e il suo operatore può essere molto efficace contro alcuni sistemi, ma l’evoluzione tecnologica produce rapidamente contromisure e adattamenti. I droni controllati attraverso fibra ottica, ad esempio, sono comparsi proprio per sottrarsi ai tradizionali sistemi di disturbo delle comunicazioni radio.
È la consueta dinamica tra arma e contromisura: ogni soluzione genera una risposta e ogni vantaggio tecnologico tende, prima o poi, a essere ridotto dall’adattamento dell’avversario. Per questo una difesa basata esclusivamente sulla guerra elettronica sarebbe fragile quanto una costruita esclusivamente sui missili.
La capacità realmente utile è quella di poter scegliere la risposta in funzione del bersaglio, modificando rapidamente la combinazione di sensori e sistemi d’arma quando cambia la minaccia.
Il problema è anche industriale
C’è poi un elemento che spesso resta in secondo piano ma che, alla luce della guerra in Ucraina, è diventato centrale: una difesa efficace non deve soltanto essere tecnologicamente capace di intercettare un bersaglio, deve essere anche riproducibile in quantità sufficienti.
Una guerra di attrito non viene necessariamente vinta dal sistema più sofisticato. Può essere vinta da chi riesce a produrre, sostituire e impiegare più velocemente ciò che consuma. Se un avversario è in grado di generare centinaia di bersagli a basso costo, chi difende deve possedere una capacità di risposta che non si esaurisca dopo le prime ondate.
Da qui nasce la ricerca di intercettori più economici, sistemi modulari, tecnologie commerciali adattabili rapidamente e capacità produttive molto più ampie rispetto a quelle costruite negli anni nei quali la principale minaccia aerea era rappresentata da pochi velivoli estremamente sofisticati.
La nuova sfida non consiste quindi soltanto nel disporre del sistema migliore, ma nel poterlo produrre, impiegare e sostituire in quantità compatibili con la scala della minaccia.
Il ruolo dei caccia non scompare
Tutto questo non significa che quanto avvenuto in Lettonia rappresenti un impiego improprio dell’Eurofighter italiano. È vero esattamente il contrario. Il caccia rimarrà indispensabile quando la natura della minaccia è incerta, quando occorre identificarla visivamente, quando è necessario intervenire rapidamente su grandi distanze o quando il bersaglio presenta caratteristiche che altri sistemi non possono affrontare.
La questione è evitare che il caccia rappresenti l’unica risposta disponibile.
L’Air Policing NATO continuerà quindi ad avere bisogno dei suoi Eurofighter, F-35, Rafale, F-16 e degli altri velivoli alleati, ma sotto di essi dovrà crescere una rete molto più articolata di sensori, sistemi terrestri, guerra elettronica e capacità Counter-UAS.
Ed è probabilmente questa la trasformazione più importante che l’episodio della Lettonia permette di osservare: l’Air Policing non scompare, ma viene progressivamente inserita in un sistema di difesa più ampio, più flessibile e soprattutto più sostenibile.
Vincere anche la battaglia dei costi
Il 14 agosto l’Eurofighter italiano ha neutralizzato la minaccia e, dal punto di vista operativo, la missione è stata compiuta. Ma se immaginiamo quella stessa minaccia moltiplicata per dieci, cento o mille, la prospettiva cambia completamente.
La prossima sfida della difesa aerea non sarà soltanto riuscire ad abbattere un drone, ma riuscire ad abbatterlo utilizzando ogni volta lo strumento più efficace, proporzionato e sostenibile.
Nella nuova guerra dei droni esiste infatti anche una forma di logoramento economico: costringere un avversario a spendere molto per distruggere qualcosa che costa poco può diventare, di per sé, parte della strategia.
L’Eurofighter continuerà a essere pronto a decollare quando servirà. La vera innovazione sarà fare in modo che, quando non serve un Eurofighter, ci sia qualcosa di più semplice, rapido ed economico capace di fermare il drone prima che diventi necessario farlo decollare.

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