Paglia, oltre la polemica c’è una linea che non può essere superata

Con un intervento pubblicato sui propri canali social personali, il generale Paolo Gerometta esprime la sua solidarietà al tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, dopo le minacce ricevute. Una presa di posizione personale che riporta il confronto al suo punto essenziale: si può discutere, dissentire e anche criticare. Ma quando il dissenso diventa intimidazione non siamo più nel terreno delle opinioni.

Qualche giorno fa, su Emblema Magazine, abbiamo pubblicato un editoriale dal titolo “La divisa non ha bisogno di entrare nella polemica”. Lo spunto era il confronto che aveva coinvolto il tenente colonnello Gianfranco Paglia e Roberto Vannacci, ma la riflessione voleva andare oltre i protagonisti e, soprattutto, oltre gli schieramenti.

Scrivevamo che Gianfranco Paglia merita un rispetto che prescinde dalle opinioni che ciascuno può avere sulle sue dichiarazioni e, nello stesso tempo, ponevamo una questione che continuiamo a ritenere importante: chi indossa una divisa porta con sé un’autorevolezza e una responsabilità che suggeriscono misura, soprattutto quando il confronto rischia di scivolare sul terreno della contrapposizione politica.

Quella riflessione rimane esattamente dove l’avevamo lasciata.
Ma ciò che è accaduto successivamente appartiene a un piano completamente diverso.
Le minacce di morte rivolte attraverso i social al tenente colonnello Paglia non sono una prosecuzione, per quanto aspra, di quella polemica. Sono il punto nel quale la polemica finisce.

Ed è precisamente su questo confine che interviene oggi il generale Paolo Gerometta con un lungo messaggio affidato ai propri canali social personali. Una circostanza che riteniamo opportuno sottolineare: si tratta di una riflessione espressa a titolo personale e non in rappresentanza degli incarichi e delle responsabilità che attualmente ricopre.

Una distinzione tutt’altro che formale. Gerometta sceglie di intervenire personalmente per manifestare la propria solidarietà a un collega e, soprattutto, per richiamare un principio che supera la vicenda individuale: il limite invalicabile tra il dissenso e la minaccia.

«Le recenti minacce di morte ricevute via social dal Ten. Col. Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, rappresentano il superamento di una “linea rossa”», scrive Gerometta, aggiungendo che di fronte a quel limite «ogni indifferenza» rischia di trasformarsi in un involontario sostegno e che le molteplici espressioni di solidarietà non possono essere lasciate appassire fine a se stesse.

Gerometta ricorda quindi chi è Gianfranco Paglia.

Allora tenente della Folgore, il 2 luglio 1993 partecipò alla battaglia del Checkpoint Pasta a Mogadiscio, durante la missione UNOSOM II in Somalia. Nel corso degli scontri, mentre cercava di soccorrere i propri commilitoni sotto il fuoco nemico, rimase gravemente ferito, riportando lesioni che lo avrebbero privato dell’uso delle gambe.
Per il comportamento tenuto in combattimento gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Da allora Paglia ha continuato il proprio percorso nell’Esercito Italiano, diventando nel tempo una figura conosciuta anche al di fuori del mondo della Difesa.
Ma il passaggio forse più significativo della riflessione di Gerometta non riguarda soltanto l’uomo o il militare. Riguarda un principio.

La libertà di pensiero vale anche quando il pensiero espresso non ci piace.
Si può non condividere Paglia. Si possono discutere le sue dichiarazioni, criticarne l’opportunità, contestarne i contenuti e persino ritenere – come abbiamo fatto noi – che in determinate circostanze la forza della divisa possa manifestarsi proprio scegliendo di non entrare nella contesa.

Tutto questo si chiama confronto.

Una minaccia di morte, invece, non è un’opinione particolarmente dura. Non è critica. Non è dissenso. È intimidazione.
Ed è proprio su questo punto che le parole di Gerometta meritano attenzione. «Ognuno di noi deve poter essere libero di dissentire, discutere, avere idee profondamente diverse e criticare con rispetto», osserva, ricordando che la minaccia «non è confronto o dissenso bensì solo violenza» e, come tale, deve essere condannata senza ambiguità.
È un’affermazione che condividiamo.

Difendere il diritto di Gianfranco Paglia a esprimersi liberamente non significa necessariamente condividere ogni sua posizione. Significa difendere qualcosa che viene prima delle singole opinioni: il diritto di ciascuno a partecipare al confronto pubblico senza essere trasformato in un bersaglio.
C’è poi un ulteriore elemento che riguarda direttamente il mondo che Emblema Magazine racconta ogni giorno.

Le Forze Armate vivono di valori che precedono e superano le appartenenze politiche: servizio, disciplina, coraggio, lealtà, rispetto delle istituzioni e senso dello Stato. Gianfranco Paglia questi valori li ha testimoniati in circostanze nelle quali le parole contavano molto meno dei comportamenti.
È possibile discutere ciò che dice oggi senza dimenticare ciò che ha fatto allora. Le due cose non sono incompatibili.
Ed è forse proprio questo il punto che dovrebbe consentirci di uscire dalla logica degli schieramenti.

Non occorre trasformare Paglia in un simbolo politico per difenderlo. Paglia non appartiene a una parte. La sua Medaglia d’Oro appartiene alla storia delle Forze Armate italiane e, attraverso di esse, al Paese.
Per questo le minacce che gli sono state rivolte meritano una condanna senza “ma” e senza distinguo.

Gerometta conclude il proprio intervento rivolgendosi direttamente a Paglia, nella convinzione che nessuna intimidazione possa frenare i suoi interventi «a difesa delle Istituzioni e della militarità», affidando infine a un’immagine particolarmente forte il senso del proprio messaggio: quella dei lupi che alzano la testa e mostrano la gola per dimostrare di non temere chi li sfida.

Perché, scrive, «la vera forza è quella che discende dai Valori, dal rispetto e dal confronto delle idee».
Nel nostro precedente editoriale avevamo concluso ricordando che chi indossa una divisa non deve necessariamente avere l’ultima parola e che, qualche volta, è sufficiente avere il senso delle istituzioni.

Oggi aggiungiamo qualcosa.

Avere senso delle istituzioni significa anche difendere con fermezza chi viene minacciato per le proprie idee, comprese quelle che possiamo non condividere.

È questo il confine che una società democratica non può permettersi di rendere incerto. Prima di quella linea ci sono il confronto, la critica, persino la polemica. Dopo quella linea c’è soltanto la violenza.
E su quella linea, questa volta, non possono esserci equivoci.

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