
Signori, giù il mojito e prestate un attimo attenzione. Sapete quanti Mondiali ha vinto l’Italia nel pallone? Quattro, direte voi. E invece sono dodici.
Soltanto che quattro stelle ce le siamo cucite con orgoglio sul petto, mentre le altre otto… ce le siamo scordate nel cassetto insieme alle vecchie stellette.
C’era una volta la Nazionale Italiana Militare di calcio. Non una pagliacciata per fare due foto ricordo in caserma, ma un drago vero. Una squadra capace di prendersi 8 titoli mondiali militari (1950, ’51, ’56, ’59, ’73, ’87, ’89 e 1991). Altro che crisi del gol.
Tra i calciatori passati da quella rappresentativa figurano nomi come Ciro Ferrara, Gianluca Vialli, Amedeo Carboni, Alessandro Del Piero e Marco Delvecchio.
Soltanto che, tra un sissignore e una marcia, quei giovani imparavano una cosa che oggi sembra fantascienza: la maglia non è un pigiama con il tuo nome sopra.
Era disciplina, era soffrire in undici dietro la linea della palla, era “l’io” che si sottomette al “noi”.
Poi è arrivata la fine della leva obbligatoria.
Ciao ciao naja, ciao ciao squadra.
E la Militare se n’è andata in pensione in silenzio, senza neanche una festa di addio.
Il problema vero è che, mentre la Militare finiva in soffitta, la Nazionale “civile” ha iniziato piano piano ad affondare come un pedalò bucato. Certo, ci sono stati gli ultimi ruggiti di gloria – il Mondiale del 2006, la magia dell’Europeo nel 2020 – ma dopo? Il crollo.
E non giriamoci intorno con la scusa dell’arbitro cornuto o del rigore sbagliato: qui è il sistema che ha le gomme a terra. Vivai vuoti, club che preferiscono comprare lo straniero di turno coi nomi esotici piuttosto che dare due minuti di fiducia a un ragazzo italiano, dirigenti che riempiono i giornali della parola “progetto” per poi cacciare l’allenatore alla prima pioggia di novembre.
La storia degli Azzurri con le stellette non è archeologia: è uno specchio. Quella squadra vinceva perché dietro c’era un Paese che i giocatori li formava sul serio. La caserma dava solo la lucidata finale a del materiale già buono. Oggi pretendiamo che il CT di turno faccia i miracoli in quattro giorni di raduno a Coverciano.
Ma parliamoci chiaro: sarebbe davvero così folle immaginare un ritorno della Nazionale Militare?
Le Forze Armate sono il pilastro di quasi tutto lo sport italiano. Atletica, nuoto, scherma, discipline invernali: quando andiamo alle Olimpiadi e facciamo scorta di medaglie, il merito è quasi sempre dei gruppi sportivi militari. Il calcio, chissà perché, fa eccezione. Lo sport più ricco del Paese è l’unico che si è chiuso la porta alle spalle.
Immaginate una rappresentativa nata dall’asse Difesa-FIGC. Un laboratorio di valori, uno spazio per far giocare i giovani, una fucina di gente che sa cosa vuol dire rigore (quello morale, prima di quello dal dischetto).
Certo, resta solo un piccolissimo nodo da sciogliere: chi ci mettiamo in panchina?
Serve uno tosto. Uno che non le manda a dire. Uno abituato al comando, che pretende che nessuno indietreggi di un millimetro.
Come dite?
Vannacci?!
Calma. Stiamo solo parlando di pallone.
Ma figuriamoci: nell’Italia di oggi basta mettere insieme le parole “Nazionale”, “militare” e “grinta” e c’è subito chi ha già pronto il nome del CT prima ancora di aver comprato i palloni.
Battute estive a parte, l’amaro in bocca resta.
Abbiamo lasciato morire una Nazionale da 8 Mondiali senza neanche salutarla. E nel frattempo ci siamo persi anche l’altra.
Forse le stellette sul campo da calcio non torneranno più. Ma ricordarci da dove veniamo ci farebbe bene, se non altro per capire che una squadra vera non la fai con i follower su Instagram o con i contratti milionari. La fai con il sacrificio, la fame e la consapevolezza che il nome stampato davanti sulla maglia conterà sempre un po’ più di quello scritto dietro.

Co-fondatore e direttore di Emblema Magazine, è giornalista, editore e professionista della comunicazione con oltre venticinque anni di esperienza nel settore editoriale. [vai al profilo]
