
Ci sono uomini che indossano la divisa non per combattere, ma per proteggere. Non impugnano armi, ma tendono mani. Da ben 160 anni, il Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana opera esattamente così: un passo dietro la linea del fronte, o in prima linea dove la terra trema e le emergenze colpiscono duro.
Il 25 giugno, il Corpo ha spento 160 candeline. Una storia di silenziosa dedizione nata nel lontano 1866 e che oggi continua a essere un pilastro per il nostro Paese, come ha ricordato anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano.
Dalle prime barelle sul campo di Custoza a oggi
Tutto è iniziato il 1° giugno 1866. L’Italia era unita da poco e il ministro della Guerra, Ignazio De Genova di Pettinengo, decise di dare un’uniforme e una struttura gerarchica alle prime “Squadriglie di Soccorso”. Nemmeno il tempo di organizzarsi che arrivò il battesimo del fuoco: la battaglia di Custoza, durante la Terza Guerra d’Indipendenza. Lì, tra il fumo dei cannoni, quei primi volontari iniziarono a medicare i feriti direttamente sul campo.
Da allora, il Corpo ha attraversato i momenti più bui e complessi della nostra storia: due guerre mondiali, terremoti, alluvioni e missioni internazionali. Il loro faro polare, però, non è mai cambiato: curare e proteggere chiunque, senza distinzioni.

Un esercito di professionisti della solidarietà
Ma chi sono, oggi, i militari della Croce Rossa? Sono professionisti della vita quotidiana: medici, psicologi, infermieri, farmacisti, logisti e soccorritori. Parliamo di una forza di circa 17 mila volontari in congedo, pronti a lasciare il proprio lavoro civile e a rispondere alla chiamata ogni volta che il Paese ha bisogno di loro.
In tempi di pace si addestrano continuamente. Se scatta un’emergenza, sono in grado di montare ospedali da campo in poche ore, gestire presidi medici avanzati e intervenire persino in scenari complessi come quelli legati al rischio nucleare, biologico o chimico.
Dalla Corea ai giorni nostri Forse non tutti sanno che tra le pagine più belle del Corpo c’è la guerra di Corea. Tra il 1951 e il 1955, a Yong Dung Po (vicino a Seul), l’Ospedale da campo 68 della CRI curò più di 230 mila persone, diventando un porto sicuro per la popolazione civile stremata dal conflitto. Oggi quell’impegno internazionale continua, ad esempio in Bosnia-Erzegovina nell’ambito dell’operazione Althea.
Le celebrazioni a Firenze, dove tutto ebbe inizio
Per festeggiare questo traguardo, l’evento più emozionante si è tenuto a Firenze, presso l’Istituto Geografico Militare. La scelta non è stata casuale: in quello stesso edificio, quando Firenze era Capitale d’Italia e il palazzo ospitava il Ministero della Guerra, venne firmato l’atto di nascita del Corpo.
Durante la cerimonia è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito della Croce Rossa Italiana al vessillo dell’VIII Centro di Mobilitazione Toscana per il valore dimostrato nella Seconda guerra mondiale. Tra mostre storiche e convegni, l’evento ha visto la partecipazione delle massime autorità civili e militari, unite per dire “grazie” a chi ha scelto di servire in silenzio.
Il grazie delle Istituzioni
Anche il generale Luciano Portolano ha voluto far sentire la sua vicinanza con un messaggio carico di stima indirizzato all’Ispettore Nazionale del Corpo, il maggior generale Gabriele Lupini:
«Oltre un secolo e mezzo di storia, scritto con l’eroismo silenzioso di uomini e donne che, sotto l’emblema della Croce Rossa e accanto ai nostri militari, hanno saputo tradurre i più alti principi morali in gesti concreti di vicinanza e dedizione».
Un ringraziamento che sottolinea come la straordinaria professionalità di questi volontari cammini di pari passo con un’empatia e una solidarietà autentiche.
Più di un’uniforme: una vocazione attuale
Centosessant’anni non sono solo un traguardo da mettere in bacheca. In un mondo che purtroppo vede riaccendersi conflitti e crisi umanitarie, il modello del Corpo Militare della CRI è più attuale che mai.
Indossare questa divisa significa fare una sintesi perfetta tra disciplina e umanità. Significa essere pronti a partire sapendo che l’unica vera missione, ieri come oggi, è alleviare la sofferenza umana ovunque si nasconda.

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