
L’Esercito statunitense accelera sulla rete unificata, ma l’AI abbassa la soglia d’ingresso per gli attacchi informatici. La nuova sfida non è solo tecnologica: è culturale, organizzativa e operativa.
La guerra contemporanea non si combatte più soltanto con mezzi, uomini e sistemi d’arma. Si combatte anche — e sempre di più — dentro le reti, nei flussi di dati, nei collegamenti tra sensori, comandi, piattaforme e unità schierate sul terreno. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità, ma anche una nuova superficie di rischio.
A richiamare l’attenzione su questo punto è stato David Markowitz, vice responsabile informatico e Chief Data and Analytics Officer dell’Esercito degli Stati Uniti, intervenuto alla conferenza TechNet Cyber di Baltimora. Il messaggio è chiaro: le nuove capacità di intelligenza artificiale stanno rendendo più semplice, anche per attori meno sofisticati, individuare vulnerabilità, automatizzare attività ostili e colpire porzioni sempre più ampie della rete militare.
Il nodo centrale riguarda la cosiddetta rete unificata dell’U.S. Army, avviata come grande percorso di modernizzazione per superare la separazione tra l’ambiente informatico “enterprise”, tipico delle sedi stabili e delle funzioni amministrative, e quello tattico-operativo, utilizzato sul campo di battaglia. L’obiettivo è ambizioso: creare una sola architettura capace di collegare dati, sistemi, comandi e unità dal livello strategico fino al margine tattico.
Ma più una rete diventa integrata, più diventa decisivo conoscerla, proteggerla e governarla in tempo reale. La stessa interconnessione che consente di accelerare il ciclo decisionale può trasformarsi in un punto di vulnerabilità se non accompagnata da strumenti di monitoraggio, reazione e adattamento altrettanto rapidi.
È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Da un lato, l’AI può aiutare i difensori a individuare anomalie, analizzare grandi quantità di dati, anticipare comportamenti sospetti e automatizzare risposte cyber. Dall’altro, può essere utilizzata dagli aggressori per accelerare la ricognizione, generare codice malevolo, testare vulnerabilità, perfezionare tecniche di phishing e moltiplicare la velocità delle operazioni offensive.
In altri termini, l’intelligenza artificiale non crea soltanto nuovi strumenti: cambia il ritmo stesso della minaccia.
La sfida per l’Esercito americano, e più in generale per tutte le Forze Armate occidentali, non è dunque semplicemente “avere più tecnologia”. È riuscire a trasformare la rete in un vero ambiente operativo, da comprendere e manovrare con la stessa prontezza con cui si manovra una forza sul terreno.
Il riferimento al sistema SHARE della DARPA – Secure Handhelds on Assured Resilient networks at the tactical Edge – è emblematico. Il programma nasce per consentire la condivisione sicura di informazioni classificate o sensibili attraverso dispositivi portatili affidabili, portando capacità di rete avanzate fino al livello tattico. Durante Project Convergence 22, queste soluzioni sono state sperimentate nell’ambito di un più ampio sforzo di integrazione tra sensori, decisori e unità operative.
La direzione è evidente: il soldato del futuro sarà sempre più connesso, sempre più inserito in una rete di dati, sempre più dipendente dalla capacità di ricevere, elaborare e condividere informazioni in tempi rapidissimi. Ma proprio per questo sarà anche esposto a una nuova forma di vulnerabilità: quella che nasce quando la superiorità informativa diventa dipendenza informativa.
Il punto più interessante delle parole di Markowitz riguarda però l’aspetto culturale. La difficoltà maggiore, ha spiegato, non è soltanto tecnica. È trasformare una struttura abituata a ragionare per procedure, conformità e liste di controllo in un’organizzazione capace di pensare e agire in modo operativo.
Questo passaggio è decisivo. Nella guerra digitale non basta rispettare una checklist di sicurezza. Occorre saper leggere la minaccia, interpretarla, adattarsi, reagire e modificare rapidamente postura. La cybersecurity militare non può essere percepita come un adempimento burocratico, ma come una componente viva della manovra.
La rete, in questa prospettiva, diventa parte integrante del campo di battaglia. Non è più un’infrastruttura invisibile alle spalle delle operazioni, ma un dominio nel quale si decide la capacità di comando, controllo, intelligence, fuoco, logistica e coordinamento interforze.
Per questo la modernizzazione della rete unificata dell’Esercito americano merita attenzione anche da parte europea. Non perché ogni modello statunitense sia automaticamente replicabile, ma perché indica una tendenza ormai irreversibile: la superiorità militare dipenderà sempre più dalla capacità di proteggere i dati, renderli disponibili, integrarli e difenderli da attacchi sempre più veloci.
L’intelligenza artificiale, dunque, non è solo il nuovo moltiplicatore di potenza. È anche il nuovo moltiplicatore di rischio. Può aiutare a vedere prima, decidere meglio e reagire più rapidamente. Ma può anche consentire all’avversario di colpire con maggiore velocità, precisione e continuità.
La vera sfida sarà evitare che la corsa alla digitalizzazione produca sistemi potenti ma fragili. Perché nel campo di battaglia del futuro non basterà essere connessi. Bisognerà essere connessi, resilienti e capaci di continuare a combattere anche quando la rete sarà sotto attacco.
È questa, probabilmente, la lezione più importante: la tecnologia offre vantaggi decisivi solo se accompagnata da cultura operativa, formazione, disciplina digitale e capacità di adattamento. Senza questi elementi, anche la rete più avanzata può trasformarsi da strumento di superiorità a punto critico dell’intero dispositivo militare.

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