Milano, una tragedia che impone una riflessione

La morte dell’agente della Polizia Locale di Milano avvenuta durante l’inseguimento di un SUV che non si era fermato all’alt lascia un sentimento che precede qualsiasi analisi: il dolore.

Un uomo è morto mentre svolgeva il proprio servizio. Un operatore dello Stato ha perso la vita nell’adempimento del proprio dovere. A lui, alla sua famiglia, ai colleghi e a tutti coloro che oggi ne piangono la scomparsa va il rispetto più sincero.

Proprio per questo, però, sarebbe un errore fermarsi alla sola commozione.

Quando un appartenente alle forze di polizia perde la vita durante un intervento, il modo migliore per onorarne la memoria è interrogarsi su ciò che è accaduto e chiedersi se esistano procedure migliori, strumenti più efficaci o modalità operative capaci di ridurre il rischio per chi ogni giorno lavora al servizio della collettività.

La domanda che emerge da questa tragedia è tanto semplice quanto scomoda: ha davvero senso inseguire con una motocicletta un SUV in fuga?

Non si tratta di mettere in discussione il coraggio dell’agente. Anzi. È proprio il contrario.

Il coraggio è probabilmente ciò che lo ha spinto a non voltarsi dall’altra parte, a fare fino in fondo il proprio dovere e a tentare di fermare chi aveva deciso di sottrarsi a un controllo. Ma il tema non è il coraggio. Il tema è l’efficacia operativa.

Un agente in sella a una motocicletta si trova in una condizione di evidente vulnerabilità rispetto a un veicolo di grandi dimensioni. Se chi fugge decide di continuare la corsa, accelerare o compiere manovre pericolose, il rischio per il motociclista cresce in modo esponenziale. E se anche il SUV fosse stato raggiunto, cosa sarebbe accaduto dopo?

Quale sarebbe stato il margine operativo di un singolo agente in moto nei confronti di un veicolo con più persone a bordo? Quali possibilità concrete avrebbe avuto di bloccarlo senza esporsi ulteriormente al pericolo?
Sono domande che non vogliono giudicare le scelte di chi oggi non può più spiegare le proprie. Sono interrogativi che riguardano l’organizzazione complessiva del sistema sicurezza.

La Polizia Locale ha acquisito negli anni competenze sempre più ampie e svolge un ruolo essenziale nella sicurezza urbana. Ma proprio questa evoluzione dovrebbe rendere ancora più chiaro un principio: nelle situazioni ad alto rischio, nessun corpo deve agire come se fosse isolato.

Quando un veicolo non si ferma all’alt e si apre uno scenario potenzialmente pericoloso, la risposta più efficace non è necessariamente l’inseguimento immediato. Può esserlo, invece, la segnalazione tempestiva, il coordinamento con la centrale operativa e il coinvolgimento di Carabinieri e Polizia di Stato, che per mezzi, addestramento e funzioni sono strutturati per affrontare determinati contesti operativi.

La sicurezza non nasce dalla sovrapposizione dei ruoli, ma dalla loro integrazione. Ognuno deve fare la propria parte, nel rispetto delle competenze, affinché il risultato comune sia raggiunto senza esporre inutilmente gli operatori a rischi sproporzionati.

Oggi la tecnologia offre inoltre strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano. Sistemi di videosorveglianza, lettura automatica delle targhe, radiocollegamenti, geolocalizzazione e centrali operative sempre più evolute consentono spesso di identificare un veicolo e i suoi occupanti senza trasformare un controllo stradale in una corsa disperata.

Naturalmente nessuno può sapere se, nel caso specifico, una scelta diversa avrebbe cambiato il corso degli eventi. Sarebbe scorretto e ingeneroso affermarlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato rinunciare a una riflessione seria per il timore di porre domande difficili.

Perché il sacrificio di un servitore dello Stato non può essere archiviato come una tragica fatalità.

Se da questa vicenda nascerà un confronto sulle procedure di inseguimento, sulla valutazione del rischio e sul coordinamento tra le diverse forze di polizia, allora la morte di questo agente potrà almeno contribuire a migliorare la sicurezza di chi ogni giorno indossa una divisa.

Il modo più autentico per ricordarlo non è soltanto celebrarne il senso del dovere. È fare in modo che il suo sacrificio spinga tutti, istituzioni comprese, a chiedersi se esistano strade più sicure ed efficaci per raggiungere lo stesso risultato.

Perché proteggere i cittadini significa anche proteggere chi è chiamato a proteggerli.