Il drone nello zaino del soldato: come cambia l’Esercito italiano

Droni, intelligenza artificiale, guerra elettronica e sistemi autonomi stanno modificando il modo di combattere. Per il generale Carmine Masiello la trasformazione non riguarda soltanto gli strumenti, ma l’intera cultura della Forza Armata: dall’addestramento alla capacità decisionale dei comandanti, fino alla necessità di ridurre i tempi con cui l’innovazione arriva ai reparti.

C’è un’immagine che riassume meglio di molte definizioni il cambiamento in corso nell’Esercito italiano: il drone nello zaino del soldato, accanto all’equipaggiamento individuale. Non più, dunque, una capacità specialistica riservata a determinate unità, ma uno strumento destinato progressivamente a entrare nella normalità delle operazioni terrestri.

È uno dei passaggi più significativi della visione illustrata dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, intervenuto nella puntata Bunker di Codice – La vita è digitale, trasmessa da Rai 1 il 28 agosto. Una riflessione che va ben oltre il tema dei droni e descrive il tentativo dell’Esercito di adattarsi a un campo di battaglia profondamente diverso da quello sul quale sono state costruite molte delle dottrine degli ultimi decenni.

La guerra in Ucraina ha accelerato questa trasformazione, riportando contemporaneamente sulla scena strumenti apparentemente appartenenti al passato e tecnologie fino a pochi anni fa considerate di frontiera. Trincee, artiglieria e mezzi corazzati convivono oggi con piccoli droni, satelliti, sensori, guerra elettronica, cyber e intelligenza artificiale.

Non si tratta soltanto di aggiungere nuove capacità a quelle esistenti. È il modo stesso di impiegarle che deve cambiare.

Un campo di battaglia sempre più difficile da nascondere

Masiello insiste da tempo su un concetto: la tecnologia ha reso il campo di battaglia molto più trasparente. Sensori, satelliti e sistemi a pilotaggio remoto permettono di individuare movimenti, emissioni elettromagnetiche e concentrazioni di forze con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa.

È una considerazione che trova riscontro anche nelle pubblicazioni ufficiali dell’Esercito dedicate all’evoluzione del comando nell’ambiente digitale. Il moderno campo di battaglia viene descritto come un ambiente nel quale cloud computing, reti, satelliti, droni e intelligenza artificiale concorrono alla costruzione quasi in tempo reale del quadro operativo.

La conseguenza è immediata: essere individuati significa poter diventare un bersaglio in pochi minuti.

Da qui deriva l’importanza assunta dalla guerra elettronica. Il controllo dello spettro elettromagnetico non è più un’attività accessoria rispetto alla manovra terrestre, ma una delle condizioni necessarie per poter operare. Comunicare, trasmettere dati, utilizzare un sensore o pilotare un drone significa infatti anche produrre segnali che l’avversario può tentare di intercettare, disturbare o localizzare.

La “dronizzazione” dell’Esercito

È in questo scenario che Masiello colloca quella che definisce la “dronizzazione dell’Esercito”.

L’espressione non indica semplicemente l’acquisto di un numero maggiore di velivoli senza pilota. Il problema è più ampio. Occorre diffondere una cultura che consenta ai comandanti di utilizzare questi strumenti come parte ordinaria della manovra e, allo stesso tempo, formare il personale perché il drone diventi una capacità disponibile ai livelli più bassi dell’organizzazione.

Non è un’impostazione nata improvvisamente. In un precedente intervento ufficiale dedicato alle discipline STEM, Masiello aveva paragonato l’impatto dei droni osservato in Ucraina a quello che gli archibugi ebbero nella battaglia di Pavia del 1525. Una tecnologia capace non semplicemente di migliorare ciò che già esiste, ma di cambiare le regole dello scontro.

C’è però un problema ulteriore, particolarmente rilevante per una struttura militare: la velocità.

Un piccolo drone commerciale o derivato da tecnologie civili può evolvere nel giro di pochi mesi. Procedure di acquisizione che richiedono un anno o due rischiano quindi di consegnare ai reparti sistemi già superati nel momento in cui diventano disponibili.

La risposta prospettata dal Capo di Stato Maggiore passa anche attraverso una maggiore capacità di sperimentazione e produzione interna, utilizzando componenti rapidamente reperibili e tecnologie come la stampa 3D. Una strada che non sostituisce i grandi programmi industriali della Difesa, ma può offrire una risposta diversa per quei sistemi caratterizzati da cicli tecnologici estremamente brevi.

L’intelligenza artificiale entra nel processo decisionale

Accanto ai droni c’è l’altro grande elemento della trasformazione: l’intelligenza artificiale.

La Difesa italiana ha formalizzato nel 2026 una propria strategia dedicata all’IA, inserendola nel più ampio processo di innovazione dello strumento militare. Per l’Esercito le applicazioni riguardano già diversi settori, dai sistemi di comando e controllo alla logistica predittiva, fino all’elaborazione delle grandi quantità di informazioni provenienti dal campo di battaglia.

Il problema, infatti, non è più soltanto raccogliere informazioni. È riuscire a selezionarle.

Un comandante può ricevere contemporaneamente dati provenienti da droni, radar, satelliti, sensori terrestri e altre piattaforme. L’intelligenza artificiale può contribuire a ordinare questa massa di informazioni, individuare correlazioni e ridurre il carico cognitivo di chi deve assumere una decisione in tempi molto brevi.

Masiello pone tuttavia un limite preciso. L’algoritmo può assistere il comandante, non sostituirlo. Il rischio è quello che lo stesso Capo di Stato Maggiore definisce un’“atrofia cognitiva”: affidarsi progressivamente alla macchina fino a perdere capacità autonoma di valutazione.

Il principio diventa ancora più netto quando dalla gestione delle informazioni si passa all’impiego della forza. La decisione che riguarda la vita o la morte deve restare nelle mani dell’uomo.

È un punto particolarmente significativo perché introduce nel processo di modernizzazione un confine non tecnologico, ma etico.

Più tecnologia, ma anche più autonomia ai comandanti

La velocità del combattimento contemporaneo produce un’altra conseguenza. Se le situazioni cambiano nell’arco di minuti, una struttura eccessivamente centralizzata rischia di non riuscire a reagire.

Da qui il richiamo al Mission Command, il principio secondo il quale il livello superiore definisce l’obiettivo lasciando al comandante subordinato un adeguato margine nella scelta del modo con cui conseguirlo.

“Dire il cosa, non il come” è la formula utilizzata da Masiello.

Per una Forza Armata fortemente gerarchizzata non è un cambiamento secondario. Significa affidare maggiori responsabilità ai livelli più giovani, accettare una certa libertà di iniziativa e considerare l’errore commesso durante l’addestramento come parte del processo di formazione.

Non è casuale, in questa prospettiva, l’attenzione dedicata dall’Esercito non soltanto alle discipline STEM ma anche alla formazione umanistica e filosofica. Il comandante del futuro dovrà saper utilizzare strumenti tecnologici sempre più sofisticati senza rinunciare alla capacità di interpretare situazioni che nessun algoritmo potrà prevedere completamente.

Il vero problema è il tempo

La lezione che arriva dai conflitti in corso sembra dunque andare oltre il successo di una determinata arma.

La vera novità è la velocità con cui tecnologia, tattiche e contromisure si inseguono. Un drone efficace oggi può essere neutralizzato domani da un nuovo sistema di guerra elettronica; una procedura valida per mesi può diventare improvvisamente pericolosa; una soluzione sviluppata sul campo può rivelarsi più utile di un programma concepito anni prima.

Per questo la trasformazione immaginata dall’Esercito riguarda inevitabilmente anche il rapporto con università, centri di ricerca, startup e industria. La sovranità tecnologica non significa necessariamente produrre ogni componente all’interno dei confini nazionali, quanto conservare la capacità di sviluppare, modificare, integrare e mantenere le tecnologie indispensabili senza dipendenze che possano diventare critiche in caso di conflitto.

È probabilmente questo il passaggio più importante della riflessione di Masiello.

Il drone nello zaino del soldato è l’immagine più immediata e certamente quella destinata a richiamare maggiore attenzione. Ma dietro quella frase c’è qualcosa di più complesso: un Esercito che deve imparare a innovare con la stessa rapidità con cui cambia il campo di battaglia.

Perché l’esperienza ucraina sta dimostrando che non basta possedere tecnologia avanzata. Occorre riuscire a portarla rapidamente nei reparti, adattarla, proteggerla dalla reazione dell’avversario e, quando necessario, sostituirla con qualcosa di nuovo.

Ed è forse questa, più ancora del drone, la vera rivoluzione che attende le forze terrestri.