
La storia dimenticata del sottotenente Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro diventa un film. Nel 1900, a Parigi, un giovane ufficiale della Cavalleria italiana conquistò i primi allori olimpici azzurri, aprendo una pagina rimasta troppo a lungo ai margini della memoria sportiva nazionale.
C’è una storia, nella grande avventura dello sport italiano, che per troppo tempo è rimasta in ombra. Una storia di cavalli, di uniforme, di coraggio personale e di responsabilità improvvisa. Una storia che comincia a Parigi, nella primavera del 1900, quando l’Italia non aveva ancora scritto il proprio nome nell’albo d’oro olimpico e un giovane sottotenente della Cavalleria si trovò, quasi da solo, a rappresentare un Paese intero.
Quel giovane era Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, ufficiale del reggimento Genova Cavalleria, in formazione presso la Scuola Militare di Pinerolo. A lui si deve una pagina fondativa dello sport nazionale: le prime medaglie olimpiche italiane della storia. Una vicenda straordinaria, rimasta per oltre un secolo poco conosciuta dal grande pubblico, che ora si prepara a diventare un lungometraggio.
Il film nasce dal saggio Parigi 1900, i primi allori azzurri. Storia di un cavaliere che si scoprì olimpico, scritto nel 2024 da Giorgio Bottalo Trissino dal Vello d’Oro, discendente diretto del protagonista. La pellicola sarà prodotta da White srl e Blue Film srl, su impulso dello stesso autore, che cura la sceneggiatura insieme a Natascia Farruggia e Angelo Conforti. L’opera è realizzata sotto l’alto patrocinio di FISE e CONI.
La vicenda affonda le sue radici nei concorsi equestri internazionali disputati a Parigi nel 1900, nell’ambito dei Giochi della Seconda Olimpiade. Fu la prima apparizione dell’equitazione nella storia olimpica. In quel contesto, Federico Caprilli, tenente istruttore della Regia Cavalleria e autentico innovatore dell’equitazione moderna, aveva individuato nella vetrina parigina l’occasione ideale per presentare al mondo il suo rivoluzionario “sistema naturale di equitazione”.
Caprilli aveva preparato i cavalli e scelto il suo uomo: Trissino, giovane allievo ufficiale, tra i migliori del suo corso. Ma all’ultimo momento il permesso di espatrio del maestro venne revocato. Trissino era già a Parigi, con i cavalli affidatigli da Caprilli e con sulle spalle il peso di una missione che, improvvisamente, era diventata tutta sua.
Rimasto senza il proprio mentore, il sottotenente non arretrò. Il 29 maggio 1900, in sella a Mélopo, si classificò quarto nel percorso completo. Due giorni dopo, il 31 maggio, conquistò il secondo posto nel salto in lungo con Oreste: era la prima medaglia olimpica italiana della storia. Il 2 giugno, nell’ultima gara, sfruttando il regolamento che consentiva di montare più cavalli, Trissino ottenne il quarto posto con Mélopo e il primo posto con Oreste nel salto in elevazione. Fu il primo oro olimpico azzurro.
Una sequenza di risultati che oggi appare leggendaria, ma che allora nacque dentro una cornice di incertezza, solitudine e disciplina. Proprio questo aspetto sembra essere al centro del progetto cinematografico: non solo il racconto dell’impresa sportiva, ma il ritratto umano di un ragazzo chiamato a diventare uomo nel giro di tre giorni decisivi. Un giovane ufficiale timido, ancora incerto, trasformato dalla responsabilità, dalla fiducia ricevuta e dalla prova del campo.
Il film promette di restituire al pubblico anche l’atmosfera di un’epoca: la Parigi della Belle Époque, il mondo militare e cavalleresco di fine Ottocento, i codici d’onore, la formazione degli ufficiali, il rapporto fra maestro e allievo, fra uomo e cavallo. Una ricostruzione storica che, secondo le intenzioni produttive, sarà condotta con rigore filologico, nel solco della grande tradizione italiana del cinema in costume.
La storia di Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro non appartiene soltanto alla memoria sportiva. È anche una pagina della storia militare italiana, perché nasce dentro la cultura della Cavalleria, dentro la scuola di Pinerolo e nel solco dell’opera di Federico Caprilli, figura destinata a cambiare per sempre il modo di intendere l’equitazione.
Raccontarla oggi significa riportare alla luce un episodio fondativo dell’identità olimpica nazionale e, insieme, rendere omaggio a una generazione di ufficiali per i quali tecnica, disciplina, coraggio e senso del dovere erano parte di una stessa educazione.
Le prime medaglie olimpiche italiane non arrivarono da uno stadio, né da una pista, né da una pedana. Arrivarono da un campo di gara equestre, attraverso il gesto elegante e rischioso di un cavaliere in uniforme. Un giovane sottotenente che, a Parigi, nel 1900, non cercava la gloria personale, ma finì per consegnare all’Italia il suo primo oro a cinque cerchi.
Ora quella storia, finalmente, si prepara a parlare anche al grande pubblico.

Co-fondatore di Emblema Magazine, ha prestato servizio per tre anni nell’Esercito Italiano come Ufficiale di Cavalleria, ricopre inoltre la carica di Segretario Generale e Amministratore Generale dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria. [vai al profilo]
