
Le immagini che arrivano da Ceuta – centinaia di persone in mare a nuoto verso l’enclave spagnola e l’ennesimo, tragico conto di vite spezzate – dicono una cosa sola: l’Europa continua a inseguire l’emergenza invece di governarla.
Sono anni che ci riempiamo la bocca con parole come solidarietà, accoglienza e redistribuzione. La realtà, però, è parecchio diversa: confini perennemente sotto pressione, Paesi europei divisi su tutto e migliaia di persone che continuano a fidarsi dei trafficanti, convinte che rischiare la pelle in mare sia l’unico modo per dare un senso al futuro.
In tutto questo, fa quasi sorridere la parabola di Pedro Sánchez. Le sue politiche di “sanatoria” diffusa hanno incassato i soliti scroscianti applausi della tifoseria esterofila di casa nostra – quella per cui “all’estero fanno sempre tutto meglio”. Peccato che poi la realtà sia un’altra e il conto della serva arrivi puntuale: l’ennesima spinta all’immigrazione irregolare e una gestione della crisi che è sotto gli occhi di tutti.
Ecco perché la scelta dell’Italia di aprire i centri in Albania mi sembra un tentativo quantomeno concreto di agire prima, provando a disincentivare le partenze e a rompere il business della criminalità organizzata. È una misura criticatissima, certo, ma spesso il dibattito si muove più sulla spinta dell’ideologia che su un’analisi fredda dei fatti. La sensazione è che per molti il tema dei flussi migratori sia diventato solo un’arena per fare propaganda e cassa elettorale.
Nel frattempo, la narrazione pubblica cambia slogan a seconda della stagione senza mai sfiorare la sostanza del problema. Fino a ieri il mantra era: “Senza immigrati chi ci pagherà le pensioni?”. Oggi siamo passati a: “Chi raccoglierà i pomodori?”. Cambia la forma, ma la miopia resta la stessa: pensare di ridurre un fenomeno così profondo e umano a una mera equazione economica.
Ceuta non è un guaio solo spagnolo. È il sintomo evidente di un’Unione Europea che deve fare una scelta: continuare a rincorrere i roghi o iniziare finalmente a gestire la realtà. Perché ogni volta che la politica si affida agli slogan e al buonismo di facciata, gli unici a guadagnarci davvero sono i trafficanti di uomini.

Co-fondatore e direttore di Emblema Magazine, è giornalista, editore e professionista della comunicazione con oltre venticinque anni di esperienza nel settore editoriale. [vai al profilo]
