Sud-Est asiatico, la transizione energetica si è fermata: il nodo non è solo climatico, ma geopolitico

L'ambasciatore statunitense in Indonesia, Sung Y. Kim, partecipa all'inaugurazione del Segretariato della Just Energy Transition Partnership (JETP) a Giacarta, Indonesia, il 16 febbraio 2023. Credit: Dipartimento di Stato americano/Budi Sudarmo

Secondo The Diplomat, i partenariati per una “transizione energetica giusta” in Indonesia e Vietnam hanno rallentato nonostante le promesse miliardarie. Dietro lo stallo ci sono finanza, carbone, interessi industriali e credibilità internazionale

Nel Sud-Est asiatico la transizione energetica rischia di trasformarsi in una promessa incompiuta. Secondo un’analisi pubblicata da The Diplomat, i Just Energy Transition Partnerships, noti con l’acronimo JETP, nati per aiutare alcuni Paesi emergenti ad abbandonare progressivamente il carbone, hanno incontrato ostacoli molto più profondi del previsto.

Il punto non riguarda soltanto l’ambiente. Riguarda la finanza internazionale, la sicurezza energetica, la competizione industriale e il rapporto tra Paesi sviluppati e grandi economie emergenti. In altre parole, la transizione energetica nel Sud-Est asiatico è diventata una questione geopolitica.

I JETP erano stati presentati come uno degli strumenti più ambiziosi della diplomazia climatica occidentale. L’idea era semplice nella formulazione, ma complessa nella realizzazione: mobilitare capitali pubblici e privati per aiutare Paesi fortemente dipendenti dal carbone a sostituire progressivamente le fonti fossili con energie rinnovabili, senza produrre shock sociali, industriali e occupazionali.

In Indonesia, il partenariato lanciato nel 2022 prevedeva una mobilitazione iniziale di circa 20 miliardi di dollari. In Vietnam, l’accordo annunciato nello stesso anno puntava a mobilitare 15,5 miliardi di dollari. Numeri importanti, almeno sulla carta. Eppure, a distanza di alcuni anni, il bilancio appare molto più problematico.

Il caso indonesiano è emblematico. Jakarta è una delle economie più importanti dell’Asia, il Paese più popoloso del Sud-Est asiatico e uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di carbone. La sua crescita industriale, compresa quella legata al nichel e alle batterie, continua ad avere bisogno di energia abbondante e a basso costo. Proprio qui nasce la contraddizione: l’Indonesia è centrale per le catene globali della transizione verde, ma alimenta una parte significativa della propria industria con il carbone.

Secondo diverse ricostruzioni internazionali, la difficoltà principale non è soltanto tecnica. Il problema è che molti dei fondi promessi non si sono tradotti rapidamente in risorse effettivamente disponibili per chiudere centrali a carbone, finanziare nuove infrastrutture, rafforzare le reti elettriche e rendere competitive le rinnovabili. Inoltre, una quota rilevante dei pacchetti finanziari è composta da prestiti e strumenti di mercato, non da sovvenzioni. Per Paesi emergenti già esposti a vincoli di bilancio, questo fa una grande differenza.

Il tema della “giusta transizione”, dunque, si scontra con una domanda molto concreta: chi paga il costo della decarbonizzazione? I Paesi industrializzati chiedono alle economie emergenti di ridurre l’uso del carbone, ma queste ultime chiedono condizioni finanziarie davvero sostenibili. Se la transizione viene finanziata soprattutto con debito, il rischio è che venga percepita non come un’opportunità, ma come un nuovo vincolo imposto dall’esterno.

Il Vietnam presenta un quadro diverso, ma non meno complesso. Hanoi ha registrato negli ultimi anni una forte crescita industriale ed è diventata uno snodo sempre più importante delle catene produttive globali. Questa crescita comporta un aumento della domanda elettrica. Il Paese ha investito nelle rinnovabili, ma continua a dover garantire stabilità alla rete, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività per il proprio sistema manifatturiero. Anche qui, la transizione non è soltanto ambientale: è industriale e strategica.

Lo stallo dei JETP rivela quindi un limite più ampio della diplomazia climatica: non basta annunciare grandi cifre se poi i meccanismi finanziari, regolatori e industriali non sono in grado di trasformare gli impegni in cantieri, reti, impianti e posti di lavoro. La transizione energetica richiede capitali, ma anche fiducia politica, certezza normativa, infrastrutture adeguate e un equilibrio credibile tra sicurezza energetica e obiettivi climatici.

In questo contesto pesa anche il fattore americano. Il ripensamento degli Stati Uniti rispetto ad alcuni impegni internazionali sulla transizione energetica ha alimentato dubbi sulla tenuta della finanza climatica occidentale. Anche quando l’impatto diretto può essere limitato, il segnale politico è rilevante: se i partner cambiano linea a ogni cambio di amministrazione, i Paesi destinatari dei fondi diventano più prudenti. E la prudenza, in questi casi, rallenta le decisioni.

La questione riguarda anche l’Europa. I Paesi europei, insieme a Regno Unito, Giappone, Canada e altri partner, hanno sostenuto questi strumenti come parte di una più ampia strategia climatica e diplomatica. Ma la credibilità europea e occidentale nel Sud globale dipende sempre meno dalle dichiarazioni di principio e sempre più dalla capacità di offrire strumenti concreti: finanziamenti a condizioni favorevoli, trasferimento tecnologico, stabilità degli impegni, attenzione agli effetti sociali della transizione.

Il carbone, nel Sud-Est asiatico, non è soltanto una fonte energetica. È una leva economica, industriale e politica. Garantisce elettricità a basso costo, sostiene occupazione, alimenta interessi nazionali e locali, e spesso si intreccia con imprese pubbliche, élite economiche e strategie di sviluppo. Pensare di sostituirlo rapidamente senza un piano realistico significa sottovalutare la dimensione politica dell’energia.

È qui che l’analisi di The Diplomat diventa particolarmente interessante per una lettura geopolitica. Il rallentamento dei JETP non segnala solo una difficoltà climatica, ma una frattura tra le ambizioni della diplomazia internazionale e le priorità concrete dei Paesi emergenti. Per Indonesia e Vietnam, la decarbonizzazione deve essere compatibile con crescita, occupazione, sicurezza energetica e sovranità economica. Per i partner occidentali, invece, la sfida è dimostrare che la transizione verde non è una nuova forma di condizionamento, ma una reale partnership.

In prospettiva, il rischio è duplice. Da un lato, il Sud-Est asiatico potrebbe continuare ad aumentare il consumo di carbone proprio mentre il resto del mondo tenta di ridurlo. Dall’altro, il fallimento o il rallentamento dei JETP potrebbe indebolire la fiducia dei Paesi emergenti nei grandi accordi multilaterali sul clima.

La partita, quindi, non si gioca soltanto nelle conferenze internazionali, ma nei porti, nelle miniere, nelle centrali elettriche, nelle reti di trasmissione, nei ministeri delle finanze e nei consigli di amministrazione delle grandi utility. È lì che la transizione energetica diventa realtà o resta promessa.

Il Sud-Est asiatico mostra una lezione più generale: la transizione ecologica non può essere separata dalla geopolitica. Chi controlla l’energia controlla una parte decisiva dello sviluppo. E chi finanzia la transizione influenza non solo il clima, ma anche gli equilibri di potere del futuro.

https://thediplomat.com/2026/05/why-southeast-asias-just-energy-transition-partnerships-have-stalled