
Le proteste sindacali contro la richiesta di comunicare un recapito telefonico riaprono una questione che va ben oltre la reperibilità e le indennità. Carabinieri, poliziotti e finanzieri hanno diritti che devono essere tutelati, ma appartengono a istituzioni nelle quali disponibilità, responsabilità e spirito di servizio non possono terminare automaticamente con l’orario di lavoro. Se essere contattati per una reale esigenza viene considerato soltanto un disturbo, forse è stata scelta la professione sbagliata.
La polemica scoppiata nell’Arma dei Carabinieri sulla cosiddetta “rintracciabilità” del personale, e in particolare di chi ricopre determinati incarichi di comando, rischia di trasformarsi nell’ennesima discussione nella quale il linguaggio dei diritti finisce per cancellare completamente quello dei doveri.
A provocarla è stata una circolare, firmata dal generale Marco Guerrini, con la quale sarebbe stato chiesto ai militari impiegati in alcune posizioni di comunicare il proprio numero telefonico personale per eventuali esigenze di servizio. Alcune organizzazioni sindacali hanno immediatamente contestato la disposizione, definendola illegittima, lesiva della privacy e assimilabile a una forma di reperibilità permanente non retribuita.
Le norme, i contratti e le tutele del personale devono naturalmente essere rispettati. Nessuno può sostenere che un Carabiniere debba essere sottoposto senza limiti a una disponibilità continua, né che ogni carenza organizzativa possa essere scaricata sulla vita privata dei militari. Se occorrono telefoni di servizio, procedure più precise o un sistema formalmente regolato e retribuito di reperibilità, è giusto discuterne e individuare le soluzioni più adeguate.
Ma una cosa è rivendicare regole chiare; un’altra è trasformare la semplice possibilità di essere raggiunti in un’intollerabile intrusione nella propria esistenza. Ancora più discutibile è ridurre una questione così delicata a formule come «non voglio essere disturbato», quasi che una chiamata legata a una reale necessità dell’Arma fosse paragonabile a una fastidiosa interferenza nella vita privata.
Essere Carabiniere è una scelta
E lo stesso vale per chi decide di entrare nella Polizia di Stato, nella Guardia di Finanza o in qualunque altro Corpo chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini. Non si tratta di un mestiere come gli altri, né di una professione che possa essere interpretata esclusivamente attraverso l’orario di lavoro, il cartellino o l’indennità riconosciuta in busta paga.
Appartenere alle Forze dell’ordine significa assumere una funzione pubblica che porta con sé diritti certamente irrinunciabili, ma anche doveri, responsabilità e obblighi morali particolari.
Il cittadino può scegliere il proprio avvocato, il commercialista, l’architetto o qualsiasi altro professionista al quale affidarsi. Può scegliere persino il medico, fatta eccezione per le situazioni di emergenza. Non può invece scegliere quale Carabiniere, poliziotto o finanziere debba intervenire quando ha bisogno di essere protetto. In quel momento si affida allo Stato e lo Stato assume il volto, la voce e la responsabilità della persona che indossa l’uniforme.
È questa la differenza fondamentale. Per il cittadino, quella divisa rappresenta un punto di riferimento che deve esserci quando serve, non soltanto quando la richiesta coincide perfettamente con un turno o con una convenienza personale. Naturalmente ciò non significa pretendere che ogni appartenente alle Forze dell’ordine sia disponibile senza limiti, senza riposo e senza adeguate tutele. Significa però riconoscere che chi sceglie l’uniforme accetta consapevolmente una responsabilità più grande di quella prevista da un comune rapporto di lavoro.
Il comando non si spegne insieme al telefono
Il comandante generale dell’Arma, generale Salvatore Luongo, è intervenuto nella polemica ricordando un principio tanto semplice quanto decisivo: «Un Carabiniere deve sapere che il proprio comandante c’è».
Essere raggiungibile, ha chiarito, non equivale automaticamente a trovarsi in una condizione di reperibilità permanente. Rappresenta piuttosto una concreta manifestazione di disponibilità al servizio. E per chi comanda gli obblighi morali non possono esaurirsi quando termina formalmente il turno.
È difficile non condividere questa impostazione. Il comandante non è soltanto colui che firma ordini, organizza servizi o occupa una posizione gerarchica durante determinate fasce orarie. È il punto di riferimento dei propri uomini, soprattutto nei momenti di difficoltà, nelle emergenze e quando occorre assumere rapidamente una decisione.
Il grado e la funzione comportano prestigio e riconoscimento, ma anche un carico di responsabilità maggiore. Non si può rivendicare il ruolo quando attribuisce autorità e considerarlo sospeso quando richiede disponibilità.
Un comandante non può esserlo soltanto quando si trova fisicamente in ufficio. Rimane il punto di riferimento dei propri uomini anche quando si verifica un’emergenza, quando occorre assumere una decisione o quando un militare ha bisogno di sapere che alle proprie spalle esiste una guida presente e raggiungibile. Il comando non può essere disattivato insieme al telefono cellulare.
Quando non esistevano i cellulari
Chi scrive è cresciuto in una caserma dei Carabinieri. Mio padre, comandante di Stazione, anche quando si spostava con la famiglia aveva sempre cura di comunicare dove potesse essere rintracciato e quali fossero, di volta in volta, i recapiti telefonici ai quali raggiungerlo. All’epoca non esistevano i cellulari: essere reperibili richiedeva attenzione e organizzazione, fino alla premura di lasciare il numero dell’abitazione o del luogo nel quale ci si sarebbe recati.
Non lo considerava un abuso, un’invasione della propria vita privata o una prestazione da contrattare. Lo considerava parte della responsabilità liberamente assunta accettando il comando di una Stazione. I suoi uomini dovevano sapere dove trovarlo e la comunità doveva poter contare sulla presenza del proprio comandante.
Oggi che un telefono cellulare consente di essere raggiunti ovunque, senza dover comunicare continuamente numeri e spostamenti familiari, sorprende che la semplice richiesta di fornire un recapito possa provocare obiezioni tanto radicali. Non si tratta di rimpiangere un’epoca nella quale le tutele erano meno sviluppate, né di giustificare una reperibilità continua e gratuita. Si tratta di domandarsi come sia possibile che ciò che ieri rappresentava una naturale espressione del senso del dovere venga oggi presentato quasi esclusivamente come un’indebita interferenza.
Diritti da difendere, doveri da non dimenticare
La disponibilità non deve diventare abuso. Questo deve essere affermato con altrettanta chiarezza. Un recapito personale non può trasformarsi nel mezzo attraverso il quale imporre sistematicamente una reperibilità gratuita e permanente. Riposi, vita familiare, privacy e compensi previsti dalle norme sono diritti reali, non concessioni benevole dell’Amministrazione.
Tuttavia, neppure la tutela sindacale può tradursi nella progressiva normalizzazione dell’uniforme, come se servire nell’Arma o in un’altra Forza dell’ordine fosse perfettamente sovrapponibile a qualsiasi impiego civile.
È proprio qui che alcune organizzazioni sindacali sembrano smarrire il confine tra la sacrosanta difesa del personale e la messa in discussione della natura stessa dell’istituzione. I sindacati possono e devono denunciare carenze, sovraccarichi, ingiustizie, compensi insufficienti e condizioni operative inadeguate. Possono chiedere strumenti di comunicazione istituzionali, procedure trasparenti e una disciplina più precisa della reperibilità.
Dovrebbero però guardarsi dal costruire consenso alimentando l’idea che ogni richiesta proveniente dalla scala gerarchica rappresenti una prevaricazione e che ogni forma di disponibilità non immediatamente monetizzata costituisca uno sfruttamento. Perché, seguendo questa logica, si rischia di trasformare gradualmente il servizio in una mera prestazione e l’uniforme in un semplice abito da lavoro.
Eppure quella divisa non è un indumento che perde ogni significato alla fine del turno. È il simbolo di una funzione che il cittadino riconosce e alla quale affida la propria sicurezza.
Se è soltanto un disturbo, forse è stato scelto il mestiere sbagliato
Il concetto può apparire severo, ma deve essere espresso con chiarezza: se la responsabilità connessa all’uniforme viene considerata eccessiva, se la possibilità di essere contattati per una reale esigenza di servizio viene percepita soltanto come un disturbo, allora forse è stata scelta la professione sbagliata.
Esistono molti lavori nei quali il rapporto si conclude legittimamente allo scadere dell’orario. L’uniforme, invece, richiede qualcosa di diverso e qualcosa di più. Non a caso, almeno per i Corpi militari, non si parla semplicemente di assunzione, ma di arruolamento. Non è una differenza puramente terminologica: descrive l’ingresso in un’istituzione fondata sulla disciplina, sul servizio, sulla responsabilità e sulla disponibilità verso la collettività.
I diritti devono essere riconosciuti e difesi, ma non possono diventare il pretesto per dimenticare i doveri liberamente assunti. Chi indossa un’uniforme non smette di essere una persona, un genitore, un coniuge e un lavoratore. Ma non può neppure pretendere di essere considerato soltanto un lavoratore come tutti gli altri.
Un’Arma nella quale un comandante possa rivendicare il diritto a non essere “disturbato” dai propri uomini o da un’emergenza sarebbe forse più simile a una normale amministrazione, ma certamente meno fedele alla propria identità.
La domanda, dunque, non è se i Carabinieri e gli altri appartenenti alle Forze dell’ordine abbiano diritto a una vita privata: naturalmente lo hanno. La vera domanda è un’altra: si può scegliere di indossare un’uniforme, accettare eventualmente un incarico di comando e pretendere contemporaneamente che ogni responsabilità finisca allo scadere dell’orario?
La risposta dovrebbe essere evidente. Perché il cittadino, quando ha bisogno di aiuto, non può scegliersi un altro Stato, un’altra pattuglia o un altro comandante. Può soltanto confidare che chi ha scelto di servirlo sia presente.
Se anche questo principio viene considerato superato, allora il problema non è più una circolare, un’indennità o un numero di telefono. È l’identità stessa delle Forze dell’ordine che rischia di essere messa in discussione.

Co-fondatore e direttore di Emblema Magazine, è giornalista, editore e professionista della comunicazione con oltre venticinque anni di esperienza nel settore editoriale. [vai al profilo]
