
Dallo “scudo” contro missili e droni alla futura Arma Cyber, dal dominio spaziale alla protezione dei fondali. L’Atto di Indirizzo firmato dal ministro Guido Crosetto disegna una trasformazione profonda dello Strumento militare. Ma il punto centrale è un altro: per la prima volta vengono indicate con particolare chiarezza anche le debolezze da superare.
Non è ancora il nuovo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa e non stabilisce, da solo, quali programmi saranno effettivamente finanziati. Ma l’Atto di Indirizzo firmato dal ministro della Difesa Guido Crosetto il 9 luglio 2026 è probabilmente uno dei documenti più significativi degli ultimi anni per capire quale direzione si intende imprimere allo Strumento militare italiano.
Il documento avvia infatti il ciclo di pianificazione dal quale discenderanno obiettivi strategici, programmi operativi e scelte di bilancio. E questa volta l’impostazione appare particolarmente netta: la Difesa costruita negli ultimi decenni non è più sufficiente per affrontare lo scenario che si è determinato in Europa e nel Mediterraneo allargato.
La guerra in Ucraina, le crisi in Medio Oriente, la vulnerabilità delle infrastrutture sottomarine, la competizione nello spazio, gli attacchi cyber e l’impiego massiccio di droni hanno modificato profondamente la natura della minaccia. Il problema non è più soltanto possedere sistemi tecnologicamente avanzati, ma essere in grado di individuare rapidamente una minaccia, decidere in tempi ridottissimi e sostenere operazioni prolungate, disponendo di uomini, munizioni, scorte e capacità industriale adeguate.
Uno scudo sopra l’Italia
La prima indicazione è forse anche quella più immediatamente comprensibile. Il Ministero considera la difesa aerospaziale multilivello una delle esigenze capacitive più urgenti.
L’obiettivo indicato è la realizzazione di uno “Scudo della Difesa Nazionale ed Europeo”, una sorta di cupola a più strati capace di affrontare minacce estremamente diverse: dai missili balistici e ipersonici agli sciami di droni a basso costo.
Non si tratta semplicemente di acquistare nuovi sistemi antiaerei. L’idea è costruire una rete nella quale satelliti, radar, intelligence, sensori terrestri e navali, sistemi di comando e capacità di intercettazione possano dialogare tra loro.
In questa architettura l’intelligenza artificiale avrebbe un ruolo importante nell’accelerare l’identificazione della minaccia e la scelta della risposta più efficace. Con un principio economicamente e militarmente tutt’altro che secondario: non è sostenibile abbattere sistematicamente un drone economico utilizzando un intercettore dal costo enormemente superiore. Per questo la capacità anti-drone dovrà essere strutturale e basata anche su sistemi relativamente economici e facilmente moltiplicabili.
Lo spazio non è più soltanto “supporto”
Il secondo cambiamento riguarda il dominio spaziale. Comunicazioni satellitari, osservazione, navigazione e capacità di comando e controllo sono ormai elementi essenziali di qualsiasi operazione moderna.
L’Atto indica la necessità di consolidare la presenza militare italiana nello spazio, arrivando allo sviluppo di un Corpo Spaziale della Difesa e rafforzando la protezione degli assetti satellitari.
Interessante è anche il passaggio sulle comunicazioni SATCOM. L’obiettivo rimane una capacità autonoma nazionale ed europea, ma il documento riconosce che non può essere disponibile immediatamente. Nel frattempo viene quindi prevista una soluzione ponte attraverso un operatore commerciale già dotato di una costellazione satellitare adeguata, valutandone copertura, ridondanza e resilienza.
È un’affermazione significativa perché introduce nella pianificazione un principio molto concreto: non aspettare necessariamente anni per raggiungere la soluzione ideale quando esiste oggi un vuoto operativo da colmare.
Il cyber diventa un vero campo di operazioni
Ancora più profondo è il cambiamento previsto nel settore cibernetico.
Il documento definisce lo spazio cyber di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare come un vero “campo di operazioni” da presidiare senza soluzione di continuità e prevede lo sviluppo di una Arma Cyber, nella quale integrare professionalità militari e competenze specialistiche provenienti dal mondo civile, facendo ricorso anche alla Riserva.
Cyber, guerra elettronica, intelligence e analisi dei dati vengono così progressivamente riuniti all’interno di un’unica esigenza: ottenere quella superiorità informativa che consente di comprendere ciò che sta accadendo prima dell’avversario e di decidere più rapidamente.
Accanto all’Arma Cyber viene inoltre prospettato un Centro Nazionale ed Europeo per il Contrasto alla Guerra Ibrida, destinato a integrare capacità militari, istituzionali e civili contro attacchi informatici, manipolazione delle informazioni, propaganda e campagne cognitive ostili.
È forse uno dei passaggi culturalmente più significativi dell’intero documento: la sicurezza nazionale non viene più considerata esclusivamente come difesa di un territorio, ma anche come protezione delle reti, delle infrastrutture, delle informazioni e della stessa capacità della società di distinguere un fatto da una manipolazione organizzata.
La guerra passa anche sotto il mare
Per un Paese geograficamente proiettato nel Mediterraneo, la dimensione subacquea assume un’importanza crescente.
Sul fondo del mare transitano cavi per le comunicazioni, infrastrutture energetiche e collegamenti dai quali dipende una parte essenziale della vita economica nazionale. Sono infrastrutture difficili da sorvegliare e ancora più difficili da difendere lungo tutta la loro estensione.
L’Italia dispone in questo campo del Polo Nazionale della dimensione Subacquea, che mette insieme Difesa, industria, università e ricerca. L’indicazione è rafforzarlo sviluppando sensori, sistemi autonomi e capacità di analisi che consentano di conoscere ciò che accade sui fondali senza immaginare un impossibile presidio fisico permanente di migliaia di chilometri di infrastrutture.
La lezione dei droni: la tecnologia da sola non basta
Un filo rosso attraversa tutto l’Atto di Indirizzo: la guerra contemporanea ha riportato in primo piano il concetto di massa.
I sistemi sofisticati rimangono indispensabili, ma possederne pochi non è sufficiente quando un conflitto richiede consumi elevati, sostituzioni rapide e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo.
Da qui l’attenzione a droni, sistemi anti-drone, munizionamento e sistemi autonomi, ma soprattutto alla capacità industriale di produrli rapidamente.
Il documento arriva a mettere esplicitamente in discussione il modello industriale del “just in time” basato su scorte ridotte e forniture calibrate sulle esigenze immediate. In uno scenario ad alta intensità servono invece scorte, filiere sicure, capacità produttiva disponibile e possibilità di aumentare rapidamente i volumi.
L’industria della Difesa viene quindi considerata parte della capacità operativa nazionale, non semplicemente un fornitore esterno delle Forze Armate.
E poi ci sono gli uomini
Tecnologia, satelliti, intelligenza artificiale e droni rischierebbero però di diventare parole vuote senza personale in grado di utilizzarli.
L’Atto insiste sulla necessità di attrarre e trattenere professionalità altamente specializzate nei settori cyber, spazio, intelligenza artificiale, sistemi autonomi e tecnologie avanzate. È un problema non secondario per un’Amministrazione pubblica chiamata a competere sul mercato del lavoro con aziende tecnologiche capaci spesso di offrire condizioni economiche difficilmente confrontabili.
Ma il documento affronta anche un tema più generale: la specificità della condizione militare.
Disponibilità permanente, rischio, disciplina e particolari condizioni d’impiego, secondo l’indirizzo espresso, dovrebbero trovare un riconoscimento anche economico e previdenziale. Per la componente operativa e soprattutto “combat” viene addirittura indicata la necessità di studiare un trattamento distinto da quello ordinario del pubblico impiego.
Allo stesso tempo viene immaginata una Riserva più ampia, addestrata e realmente richiamabile, capace di mettere rapidamente a disposizione della Difesa professionalità provenienti dal mondo civile nei settori della logistica, della sanità, del cyber, delle infrastrutture e delle tecnologie avanzate.
Il vero problema sarà passare dalle intenzioni ai risultati
Il valore dell’Atto di Indirizzo sta forse proprio nella franchezza con cui individua alcuni limiti dell’attuale sistema.
Il documento chiede di superare compartimenti stagni, duplicazioni organizzative e catene decisionali frammentate, costruendo una Difesa realmente interforze e multidominio nella quale sensori, dati, uomini e sistemi possano operare come un’unica rete. L’obiettivo dichiarato è ridurre il tempo che separa la comprensione della minaccia dalla decisione e dall’azione.
Ed è probabilmente qui che si trova la vera sfida.
Droni, satelliti, cyber, intelligenza artificiale e nuovi sistemi d’arma si possono acquistare o sviluppare. Cambiare organizzazioni, procedure, mentalità e tempi decisionali è molto più difficile.
L’Atto del 9 luglio indica una direzione ambiziosa e, per molti aspetti, inevitabile. Ma resta un atto di indirizzo. Saranno il Documento Programmatico Pluriennale, i programmi operativi e soprattutto le risorse assegnate nei prossimi bilanci a mostrare quanto di questa trasformazione riuscirà effettivamente a passare dalla carta alla realtà.
Una cosa, però, emerge già con chiarezza: la Difesa italiana che si sta progettando non può più essere semplicemente una versione tecnologicamente aggiornata di quella costruita negli ultimi trent’anni. Deve diventare qualcosa di diverso.
Perché è cambiata la guerra, sono cambiate le minacce e, inevitabilmente, deve cambiare anche il modo di prepararsi a difendere il Paese.

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