
L’intervento nei cieli della Lettonia non è soltanto la cronaca di uno scramble concluso con l’abbattimento di un velivolo senza pilota. Sul fianco orientale dell’Alleanza, la tradizionale missione di sorveglianza dello spazio aereo sta assumendo sempre più i caratteri di una vera difesa aerea avanzata. E quanto accaduto nelle ultime ore in Romania conferma che non si tratta di un episodio isolato.
Due Eurofighter F-2000 della Task Force Air “Baltic Thunder III” dell’Aeronautica Militare sono decollati in scramble il 14 agosto dopo che un drone aveva violato lo spazio aereo della Lettonia. Gli equipaggi italiani hanno intercettato il velivolo senza pilota e uno dei caccia ne ha effettuato l’abbattimento secondo le procedure previste dall’Alleanza. È quanto ha confermato ufficialmente il Ministero della Difesa.
La cronaca, però, racconta soltanto una parte di ciò che è accaduto.
Secondo la NATO, due Eurofighter italiani sono decollati dalla Lituania mentre due F-16 turchi sono stati fatti alzare in volo dall’Estonia. Tutti gli aerei operavano sotto comando NATO. Il drone è stato intercettato nei pressi di Rugaji, circa 35 chilometri dal confine russo; la sua origine non era stata ancora determinata mentre le autorità lettoni cercavano i rottami nell’area.
Il punto più interessante è ciò che quell’abbattimento rappresenta.
Per oltre vent’anni la Baltic Air Policing è stata percepita soprattutto attraverso l’immagine degli scramble dei caccia alleati chiamati a identificare velivoli che si avvicinavano allo spazio aereo NATO, spesso aerei militari russi con transponder spenti o senza un regolare piano di volo. Una missione permanente di tempo di pace, attiva ventiquattro ore su ventiquattro e 365 giorni l’anno, costruita attorno alla sorveglianza, all’identificazione e all’intercettazione.
Quella missione esiste ancora. Ma il contesto nel quale opera è profondamente cambiato.
Il drone che attraversa una frontiera non presenta gli stessi problemi di un caccia o di un velivolo da trasporto militare. Può essere fuori controllo, disturbato dalla guerra elettronica, impegnato in una missione deliberata oppure avere semplicemente deviato dalla propria rotta. Può costare una frazione dell’aereo chiamato a intercettarlo e, soprattutto, può obbligare chi difende lo spazio aereo a prendere una decisione in tempi estremamente ridotti.
Identificarlo non è sempre sufficiente.
Venerdì, nei cieli della Lettonia, si è arrivati alla decisione di abbatterlo.
Ed è qui che il significato dell’Air Policing cambia. La linea tra “polizia del cielo” e difesa aerea diventa inevitabilmente più sottile.
La stessa NATO riconosce ormai questa evoluzione. Dopo l’aumento delle violazioni dello spazio aereo alleato da parte di droni e velivoli russi, nel settembre 2025 l’Alleanza ha avviato Eastern Sentry, un’attività multidominio destinata a rafforzare deterrenza e difesa lungo l’intero fianco orientale. La stessa Air Policing ne costituisce oggi una componente ed è inserita nel più ampio sistema integrato NATO di difesa aerea e missilistica.
Allied Air Command ha descritto esplicitamente questa evoluzione come uno spostamento da un approccio tradizionale di Air Policing verso una postura più ampia di difesa aerea, capace di rispondere a minacce che comprendono anche i droni.
Quanto accaduto all’Eurofighter italiano ne rappresenta una dimostrazione concreta.
E a rendere ancora più evidente il fenomeno è arrivata, appena due giorni dopo, un’altra notizia. Questa mattina, 16 agosto, un F-18 spagnolo impegnato in una missione NATO di Air Policing ha abbattuto un drone entrato nello spazio aereo della Romania provenendo dalla Moldavia. È il quarto drone abbattuto nello spazio aereo rumeno nel corso del 2026.
Non siamo quindi davanti a una singola anomalia.
Negli ultimi mesi episodi analoghi si sono moltiplicati lungo il fianco orientale. Reuters ricorda che prima dell’intervento italiano un F-16 rumeno aveva abbattuto un drone ucraino in Estonia e un Rafale francese ne aveva neutralizzato un altro in Lettonia. Le autorità lettoni hanno inoltre collegato diversi sconfinamenti agli effetti delle attività russe di guerra elettronica, capaci di interferire con la navigazione degli UAV impiegati nel conflitto.
È uno degli effetti meno visibili ma più concreti della guerra in Ucraina: il confine tra teatro di guerra e spazio NATO non coincide sempre perfettamente con una linea tracciata sulla carta geografica.
Un drone può attraversarla in pochi minuti. E in quei minuti qualcuno deve stabilire se seguirlo, identificarlo, deviarlo oppure distruggerlo.
Per questo il problema non riguarda soltanto il numero dei caccia disponibili. Riguarda radar, sistemi di comando e controllo, guerra elettronica, difese terrestri, capacità Counter-UAS e soprattutto la capacità di integrare tutti questi strumenti in una risposta proporzionata alla minaccia.
C’è poi una questione destinata a diventare sempre più importante: l’equilibrio tra costo della minaccia e costo della risposta.
Far decollare un moderno caccia da combattimento per neutralizzare un drone è certamente possibile e, quando necessario, indispensabile. Ma se gli episodi dovessero aumentare, la sostenibilità della difesa richiederà necessariamente sistemi stratificati nei quali l’intercettazione aerea rappresenti soltanto uno degli strumenti disponibili.
Il 14 agosto l’Eurofighter italiano ha fatto esattamente ciò che gli era stato richiesto.
Ma proprio per questo quell’episodio racconta qualcosa di più della capacità dell’Aeronautica Militare di garantire la sicurezza dei cieli dell’Alleanza.
Racconta un’Air Policing che sta cambiando insieme alla minaccia.
Nata per sorvegliare e identificare gli aeromobili nei cieli europei, sul fianco orientale essa è oggi parte di un sistema chiamato sempre più spesso non soltanto a controllare lo spazio aereo, ma a difenderlo realmente.
E la differenza, nei cieli della Lettonia, è stata resa evidente da un Eurofighter con il tricolore sulla fusoliera.

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