
L’accordo per il triennio 2025-2027 prevede incrementi medi fino a 188 euro lordi mensili e circa 2.448 euro di arretrati. Un risultato concreto che può essere migliorato, ma che merita di essere valutato senza pregiudizi e contrapposizioni permanenti
È stato sottoscritto a Palazzo Vidoni il rinnovo contrattuale del comparto Sicurezza e Difesa per il triennio 2025-2027, destinato a interessare circa 430mila appartenenti alle Forze armate e alle Forze di polizia.
L’accordo riguarda il personale non dirigente di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato e Polizia penitenziaria, chiamato quotidianamente a garantire la sicurezza interna ed esterna del Paese.
Il rinnovo determina un incremento medio di circa 188 euro lordi al mese, con importi differenziati in base alla qualifica e al grado rivestito.
Per le qualifiche iniziali l’aumento effettivo viene indicato intorno ai 100 euro netti mensili, mentre le somme cresceranno progressivamente per gli inquadramenti superiori. Sono inoltre previsti circa 2.448 euro lordi di arretrati, riferiti agli anni 2025 e 2026.
Il precedente contratto, relativo al triennio 2022-2024, era stato sottoscritto nel dicembre 2024. Sommando i due rinnovi, secondo quanto comunicato dal Governo, per le qualifiche iniziali l’incremento complessivo dovrebbe raggiungere almeno 200 euro netti al mese, pari a circa 2.600 euro netti in più all’anno.
Numeri che, pur non risolvendo ogni criticità, rappresentano un risultato reale e immediatamente misurabile per centinaia di migliaia di famiglie.
Un riconoscimento per chi garantisce la sicurezza
La firma costituisce un segnale di attenzione nei confronti delle persone che, in un quadro interno e internazionale sempre più complesso, assicurano ogni giorno la sicurezza e la difesa del Paese.
Il rinnovo non deve essere considerato soltanto un adeguamento economico, ma anche un riconoscimento della professionalità, della dedizione e della disponibilità richieste agli uomini e alle donne in uniforme.
Chi opera nelle Forze armate e nelle Forze di polizia è sottoposto a responsabilità, vincoli, rischi, mobilità e limitazioni personali che non possono essere assimilati integralmente a quelli degli altri comparti della pubblica amministrazione.
Per questa ragione, ogni passo compiuto nella direzione della valorizzazione economica e professionale del personale deve essere considerato con attenzione e serietà.
Migliorare senza svalutare ogni risultato
Come ormai accade in occasione di quasi ogni provvedimento, anche la firma del nuovo contratto è stata accompagnata da critiche, contestazioni e giudizi di insufficienza.
È certamente legittimo osservare che le risorse avrebbero potuto essere maggiori, che l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto e che restano aperte questioni importanti sul piano previdenziale, operativo e ordinamentale. Tutto può essere migliorato e ogni risultato può rappresentare il punto di partenza per obiettivi più ambiziosi.
Ciò che appare meno condivisibile è la tendenza, sempre più diffusa nel nostro Paese, a essere sistematicamente contrari a tutto, a considerare insufficiente qualsiasi risultato e ad accompagnare ogni avanzamento con una nota inevitabilmente polemica.
Quando la critica diventa un riflesso automatico, rischia di perdere efficacia e credibilità. Ridurre ogni confronto a lotta, contrapposizione e discussione permanente non rafforza le rivendicazioni: spesso le indebolisce.
La tutela degli interessi del personale non passa necessariamente attraverso la contestazione continua. Può essere perseguita anche riconoscendo i risultati raggiunti, consolidandoli e utilizzandoli come base per avanzare nuove proposte.
Un atteggiamento costruttivo non significa rinunciare alle proprie richieste né accettare passivamente le decisioni assunte. Significa, al contrario, distinguere ciò che è stato ottenuto da ciò che resta ancora da fare.
Riconoscere un risultato non equivale ad accontentarsi. Significa partire da una base concreta e positiva per continuare a migliorare.
Il ruolo delle rappresentanze militari
Il recente riconoscimento delle associazioni professionali a carattere sindacale tra militari ha aperto una fase nuova e delicata nella rappresentanza del personale delle Forze armate.
Si tratta di una trasformazione che richiede equilibrio, senso delle istituzioni e consapevolezza della specificità dell’ordinamento militare.Le associazioni sindacali possono certamente offrire un contributo utile, portando all’attenzione delle istituzioni le esigenze del personale. Tuttavia, la loro credibilità dipenderà anche dalla capacità di non replicare automaticamente i modelli più conflittuali del sindacalismo tradizionale.
Il mondo militare non ha bisogno di una contrapposizione permanente, ma di una rappresentanza autorevole, competente e capace di dialogare.
La forza di un’organizzazione non si misura esclusivamente dalla durezza delle sue dichiarazioni o dalla frequenza delle proteste, ma dalla qualità delle proposte e dalla capacità di ottenere risultati concreti.
Criticare ogni accordo, dichiararlo preventivamente insufficiente e trasformare ogni tavolo negoziale in uno scontro rischia di produrre più rumore che risultati.
Uno dei punti più rilevanti dell’intesa riguarda l’impegno ad aprire, entro novanta giorni dalla firma, un tavolo interministeriale dedicato alle questioni previdenziali.
Il personale militare e delle Forze di polizia è sottoposto a limiti ordinamentali e percorsi professionali diversi rispetto alla generalità dei dipendenti pubblici. Da tempo viene quindi richiesta l’introduzione di strumenti previdenziali capaci di tenere conto della particolare natura del servizio svolto.
L’apertura del tavolo non costituisce ancora la soluzione definitiva, ma rappresenta comunque un elemento positivo che dovrà essere seguito con attenzione.
Anche in questo caso, sarà più utile esercitare una pressione seria, documentata e propositiva piuttosto che limitarsi a dichiarare insufficiente quanto ottenuto prima ancora di verificarne gli sviluppi.
La vera sfida sarà trasformare l’impegno assunto in una forma di previdenza complementare specificamente destinata al personale in uniforme, capace di compensare le peculiarità e i limiti della carriera militare e di polizia.
Un risultato da consolidare
Il nuovo contratto non risolve tutte le questioni del comparto Sicurezza e Difesa. Restano aperti temi importanti relativi agli organici, agli straordinari, alle indennità, alla mobilità, alla specificità professionale e alla previdenza.
Tuttavia, sarebbe sbagliato ignorare il valore di un accordo che introduce aumenti economici e arretrati per circa 430mila persone.
La politica e le istituzioni devono continuare a investire sul personale, ma anche le rappresentanze sono chiamate a svolgere il proprio ruolo con responsabilità e spirito costruttivo.
In una fase storica caratterizzata da nuove minacce, instabilità internazionale, emergenze interne e crescenti responsabilità operative, il Paese ha bisogno di uomini e donne motivati, adeguatamente retribuiti e sostenuti dalle istituzioni.
Ha però anche bisogno di un confronto maturo, nel quale sia possibile rivendicare ciò che manca senza negare ciò che è stato ottenuto.
Per migliorare occorre partire dai risultati, non cancellarli. La critica è utile quando indica una strada; diventa sterile quando si limita a dichiarare che nulla è mai abbastanza.
Il rinnovo del contratto rappresenta dunque una base concreta. Da questa base è possibile e necessario ripartire per affrontare le questioni ancora aperte, con determinazione ma senza trasformare ogni confronto in una battaglia ideologica.

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