
Concluso il rimpatrio del contingente. La cooperazione con Baghdad prosegue, mentre la missione NATO opera dall’Italia. Il bilancio va cercato nelle capacità lasciate alle forze locali e nella continuità dei rapporti costruiti sul terreno.
Il 29 settembre l’Italia ha completato il rientro degli ultimi militari del contingente in Iraq, impegnati nel recupero e nel trasferimento dei materiali. Si chiude così il ciclo di dodici anni richiamato dal ministro della Difesa Guido Crosetto: un impegno nella lotta contro Daesh e nella formazione delle forze irachene e del Kurdistan. Il rientro era già stato completato in larga parte a marzo; nelle ultime settimane restavano le squadre incaricate delle operazioni logistiche. Rimangono nel Paese due Carabinieri nell’ambito della missione europea EUAM Iraq, autorizzata da Baghdad.
La cronologia aiuta a comprendere il significato dell’annuncio. Reuters ricorda che il richiamo della maggior parte del personale era avvenuto dopo l’attacco di marzo a una base nella regione del Kurdistan. La conclusione di settembre arriva dunque al termine di un processo segnato anche dal deterioramento della sicurezza regionale, oltre che dalla transizione concordata con le autorità irachene.
Per capire che cosa prosegue occorre distinguere i diversi strumenti dell’impegno internazionale. La NATO Mission Iraq è una missione di consulenza e rafforzamento delle istituzioni, senza compiti di combattimento. Avviata nel 2018 su richiesta irachena, lavora per rendere le strutture di difesa e sicurezza capaci di contrastare il terrorismo e prevenire il ritorno di Daesh. La NATO conferma che già a marzo 2026 tutto il suo personale era stato trasferito da Baghdad al Joint Force Command Naples, dove la missione continua a operare. Il trasferimento della sede, quindi, non coincide con la cessazione del mandato.
Il bilancio italiano trova un riscontro concreto nell’addestramento. Secondo la Difesa, nel solo 2025 i Mobile Training Teams dell’operazione Prima Parthica hanno formato 1.242 militari delle forze di sicurezza del Kurdistan. I corsi hanno riguardato, tra le altre attività, il combattimento negli spazi ristretti, l’impiego dei tiratori scelti e le operazioni in montagna. Ancora nel febbraio 2026, ad Atrush, un nuovo ciclo aveva coinvolto 71 militari locali. Sono dati circoscritti, che non rappresentano il consuntivo dell’intera missione, ma documentano la continuità del lavoro svolto dagli istruttori italiani.
Dietro questi numeri c’è il punto centrale di ogni missione di assistenza: trasformare la formazione ricevuta in capacità che durino anche quando gli istruttori rientrano. Nella nostra lettura, sarà questo il criterio più utile per valutare l’eredità dell’impegno italiano: quanto le forze locali sapranno mantenere, trasmettere e utilizzare le competenze acquisite.
Anche il rapporto bilaterale dispone di una cornice per proseguire. La documentazione della Camera registra l’autorizzazione, approvata il 28 luglio, di una nuova missione in Iraq e nel Medio Oriente, pensata per garantire continuità al sostegno delle forze di sicurezza irachene dopo la riconfigurazione della Coalizione. L’autorizzazione parlamentare, tuttavia, non dimostra da sola la presenza attuale di un nuovo contingente in territorio iracheno: definisce uno strumento di cooperazione, la cui attuazione va distinta dal ritiro appena concluso.
Crosetto ha indicato nella formazione e nello scambio di competenze la direzione del rapporto futuro con Baghdad. È qui che si apre la prossima responsabilità politica e militare: dare seguito a quell’indirizzo con programmi concreti e verificabili. Per gli uomini e le donne che hanno servito in Iraq, il riconoscimento passa anche da questo. Fare in modo che il lavoro di dodici anni conservi valore dopo il rientro dell’ultimo contingente.
Ma proprio tutti gli italiani hanno lasciato l’Iraq?
Non del tutto. Restano due Carabinieri impegnati nella missione europea EUAM Iraq, autorizzata dal governo di Baghdad: una presenza distinta dal contingente appena rientrato. Il ritiro, inoltre, non esaurisce l’interesse nazionale per la sicurezza del Paese. È ragionevole attendersi che l’Iraq continui a essere seguito anche dall’intelligence italiana, pur senza poter attribuire ai nostri servizi presenze o attività operative non rese pubbliche. Si chiude una presenza militare; resta l’esigenza di comprendere ciò che accade in un’area decisiva per gli equilibri regionali.

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