
Quattro militari dell’11° Reggimento Bersaglieri sono rimasti feriti ad Ādaži. Uno è in condizioni più serie, ma nessuno è in pericolo di vita. Dietro la cronaca dell’incidente, il lavoro quotidiano dei nostri contingenti schierati sul fianco Est della NATO.
Quattro Bersaglieri italiani feriti, uno in condizioni più serie. È questo il bilancio dell’incidente avvenuto nel tardo pomeriggio di venerdì 25 settembre nell’area addestrativa di Ādaži, in Lettonia, durante un’esercitazione a fuoco.
La prima notizia, quella che conta più di tutte, è che nessuno dei quattro militari è in pericolo di vita.
Appartengono all’11° Reggimento Bersaglieri dell’Esercito Italiano e si trovano in Lettonia nell’ambito della missione NATO Forward Land Forces. Sono stati immediatamente soccorsi e trasferiti in una struttura sanitaria di Riga. Tre avrebbero già avuto modo di mettersi personalmente in contatto con le proprie famiglie, mentre il quarto, quello che ha riportato le conseguenze più serie, risulta in condizioni stabili.
Su quanto sia accaduto occorre invece mantenere, almeno per ora, prudenza.
Il Ministero della Difesa ha confermato che l’incidente si è verificato durante un’attività a fuoco e ha interessato un’arma non automatizzata installata su un veicolo militare italiano. I colpi esplosi hanno raggiunto un secondo mezzo italiano, sul quale si trovavano i quattro Bersaglieri. Le cause sono ancora in corso di accertamento e sono state avviate le verifiche necessarie per ricostruire esattamente la dinamica.
Alcune ricostruzioni giornalistiche, tra cui quella dell’ANSA, riferiscono che sarebbe partita accidentalmente una raffica da un veicolo corazzato Dardo verso un altro mezzo dello stesso tipo che lo precedeva. Sono particolari che, al momento, è opportuno considerare come una ricostruzione e non come elementi definitivamente accertati.
Ādaži, dove l’Italia presidia il fianco Est
L’incidente riporta l’attenzione anche su una presenza militare italiana della quale, lontano dalle emergenze, si parla relativamente poco.
Ad Ādaži ci sono circa 300 militari italiani e oltre cento mezzi terrestri. L’Italia partecipa alla presenza avanzata della NATO in Lettonia dal 2017, inizialmente nell’ambito della Enhanced Forward Presence e, dal 2024, della Forward Land Forces. Il contingente opera all’interno del dispositivo multinazionale a guida canadese schierato sul fianco orientale dell’Alleanza.
Non è una presenza simbolica. Dietro le immagini dei mezzi schierati e delle bandiere dei diversi Paesi alleati ci sono uomini e donne che trascorrono mesi lontano dalle proprie famiglie, affrontando addestramenti continui e attività che devono riprodurre nel modo più realistico possibile le condizioni nelle quali potrebbero essere chiamati a operare.
Ed è forse proprio questo l’aspetto che una notizia come quella di oggi rischia di lasciare sullo sfondo.
Quando parliamo di deterrenza, di fianco Est, di Battle Group e di capacità operative utilizziamo inevitabilmente il linguaggio della strategia militare. Ma quella strategia viene resa concreta ogni giorno da reparti che si addestrano, guidano mezzi corazzati, maneggiano sistemi d’arma e lavorano insieme a militari provenienti da altri Paesi.
L’addestramento militare, soprattutto quello a fuoco, non è mai una rappresentazione priva di rischi. Proprio per questo procedure e protocolli di sicurezza sono estremamente rigorosi e proprio per questo sarà necessario comprendere fino in fondo cosa sia accaduto ad Ādaži.
Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che un episodio verificatosi durante un’attività addestrativa richiama l’attenzione sulla sicurezza nell’impiego dei sistemi d’arma. Lo scorso luglio Emblema Magazine aveva raccontato lo stop precauzionale ad alcuni VTLM Lince equipaggiati con torretta remotizzata, disposto dopo un’anomalia registrata durante un’esercitazione, quando alcuni colpi sarebbero stati esplosi in maniera anomala con il coinvolgimento di un altro mezzo.
I due episodi, allo stato delle informazioni disponibili, non possono e non devono essere messi in relazione dal punto di vista tecnico. Ma pongono una questione comune: quando si opera con sistemi d’arma, anche in addestramento, la sicurezza dei militari viene prima di tutto. Ed è proprio per questo che quanto accaduto in Lettonia dovrà essere ricostruito fino in fondo, evitando conclusioni affrettate ma senza lasciare domande senza risposta.

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