
Al XV Trans-Regional Seapower Symposium la Marina Militare riunisce rappresentanti di oltre 70 Marine. Al centro non ci sono soltanto navi e rotte, ma cavi, energia, dati e infrastrutture sottomarine: un sistema invisibile dal quale dipendono sicurezza, economia e capacità militare.
VENEZIA – Per secoli il controllo del mare ha significato soprattutto controllo delle rotte, dei porti e delle flotte. Oggi non basta più. Una parte decisiva della sicurezza passa sotto la superficie, dove corrono cavi per le comunicazioni, collegamenti energetici e infrastrutture dalle quali dipende una parte crescente della vita economica e strategica dei Paesi.
È uno dei temi emersi a Venezia durante il XV Trans-Regional Seapower Symposium, organizzato dalla Marina Militare all’Arsenale e dedicato quest’anno al rapporto tra crisi regionali, sicurezza marittima ed equilibri globali. Al confronto partecipano rappresentanti di oltre 70 Marine, insieme al mondo dell’industria, della ricerca e dell’università.
Nel suo intervento, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha richiamato Hormuz, Bab el-Mandeb e il Mar Rosso, ma ha insistito soprattutto su ciò che normalmente resta fuori dallo sguardo: “un fronte che non vediamo”, quello sotto il mare, dove passano dati, energia e infrastrutture essenziali.
Il punto non riguarda soltanto la protezione dei cavi. La trasformazione tecnologica sta imponendo alla Difesa una velocità nuova: droni, sistemi autonomi, cyber e intelligenza artificiale cambiano il modo di operare molto più rapidamente di quanto accadesse in passato, e la competizione non si gioca soltanto sul possesso della tecnologia migliore, ma sulla capacità di trasformarla rapidamente in uno strumento operativo.
È qui che il tema del mare si collega direttamente alle nuove forme della guerra. Le infrastrutture sottomarine possono diventare vulnerabili a sabotaggi, attività clandestine e interferenze difficili da attribuire con certezza; allo stesso tempo, le Marine devono continuare a garantire la sicurezza delle rotte commerciali e la libertà di navigazione in aree sempre più instabili.
Il programma del Symposium va esattamente in questa direzione, con sessioni dedicate alla sicurezza dei cosiddetti “midland seas”, all’Artico, alle capacità navali del futuro e al rapporto tra massa industriale, innovazione e controllo del dominio marittimo.
Per l’Italia il tema è tutt’altro che teorico. La sua economia dipende in larga misura dal mare, dalle rotte attraverso Suez e Bab el-Mandeb e dalla continuità delle infrastrutture energetiche e digitali. Proteggere il dominio marittimo significa quindi difendere non soltanto le unità navali, ma l’intero sistema di collegamenti che rende possibile il funzionamento quotidiano del Paese.
Venezia, città che per secoli ha costruito la propria potenza proprio sulla capacità di capire il mare prima degli altri, offre una cornice quasi naturale a questa riflessione. La differenza è che oggi una parte crescente di quel mare strategico non si vede più dalla superficie.
Ed è probabilmente proprio lì, nei fondali e nelle reti invisibili che li attraversano, che si giocherà una parte importante della sicurezza dei prossimi anni.

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