Forze Speciali, la Difesa cambia passo: dall’esigenza all’operazione in poche ore

Il generale Luciano Portolano indica la direzione della riforma del comparto: comando più diretto, maggiore protezione delle informazioni e procedure di acquisizione più veloci. Perché nella “zona grigia” tra pace e conflitto il tempo può fare la differenza.

Passare dall’individuazione di un’esigenza strategica alla proiezione di Forze altamente specializzate nel giro di poche ore. È l’obiettivo indicato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, intervenuto al Global SOF Europe in corso a Roma, dove operatori, comandi e industria si confrontano sull’evoluzione delle Forze Speciali.

La trasformazione parte da un dato ormai evidente: una parte crescente della competizione tra Stati si sviluppa nella cosiddetta “grey zone”, uno spazio nel quale minacce ibride, sabotaggi, terrorismo e operazioni clandestine possono precedere o addirittura sostituire il confronto militare aperto. In questo ambiente la risposta deve essere rapida, discreta e soprattutto sostenuta da una catena decisionale molto più corta.

La riforma italiana poggia su tre elementi. Il primo riguarda il Comando Forze Speciali, destinato ad avere un collegamento ancora più diretto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e con l’autorità politica; il secondo punta a rafforzare la protezione delle informazioni e dei piani operativi, perché in missioni particolarmente sensibili anche una fuga di notizie può compromettere non soltanto un’operazione, ma la fiducia fra Paesi alleati.

Il terzo punto è forse quello che racconta meglio il cambiamento in corso: un procurement dedicato alle Forze Speciali, più vicino alla velocità dell’innovazione che a quella della burocrazia. L’idea è mettere in contatto diretto chi sviluppa una tecnologia e chi deve utilizzarla sul terreno, sperimentare rapidamente ciò che serve e modificare altrettanto rapidamente ciò che non funziona.

È una logica che richiama quella già emersa nella riforma più generale della Difesa. Droni, sensori, guerra elettronica, comunicazioni e software cambiano troppo velocemente perché ogni soluzione possa seguire percorsi di acquisizione lunghi anni. Le Forze Speciali, per natura abituate a operare con piccoli numeri, elevata specializzazione e necessità immediate, possono diventare un laboratorio nel quale sperimentare un modello più rapido destinato poi a produrre effetti sull’intero strumento militare. Lo stesso sottosegretario alla Difesa Matteo Perego ha definito il comparto un “laboratorio naturale di innovazione”, sottolineando la necessità di accorciare la distanza tra esigenza operativa, sperimentazione e disponibilità degli strumenti.

Ma Portolano ha richiamato anche un elemento che rischia di passare in secondo piano quando si parla di algoritmi, droni e nuove tecnologie: l’operatore resta al centro del sistema. Le Forze Speciali continueranno a dipendere dalla capacità di uomini altamente addestrati di prendere decisioni in tempi brevissimi, spesso in ambienti nei quali comunicazioni, sensori e sistemi tecnologici possono essere disturbati o non disponibili.

La trasformazione del comparto non riguarda quindi soltanto nuovi equipaggiamenti o una diversa struttura di comando. Il punto è costruire una macchina capace di muoversi con maggiore rapidità quando la crisi lo richiede, mantenendo allo stesso tempo controllo politico, sicurezza delle informazioni e interoperabilità con gli alleati NATO.

Perché nella zona grigia della competizione contemporanea la differenza non la fa soltanto chi dispone della capacità migliore, ma chi riesce a impiegarla prima.