Il soldato che scelse la pace: San Francesco e le Forze Armate

Ogni 4 ottobre l’Italia si ferma a ricordare un uomo che, prima di diventare il Poverello di Assisi, sognava la gloria delle armi. Francesco, patrono d’Italia, è un santo che con il mondo militare ha un rapporto più profondo di quanto si pensi: lo ha vissuto, lo ha lasciato, e proprio per questo ha qualcosa da dire a chi oggi indossa una divisa.

Francesco nasce ad Assisi nel 1181 o 1182, figlio di un ricco mercante di stoffe. Cresce con il desiderio di diventare cavaliere. Nel 1202 la sua città è in guerra con Perugia e il giovane partecipa allo scontro di Collestrada: la sconfitta lo porta in prigionia a Perugia, dove resta per circa un anno. Non è la leggenda di un santo bambino: è l’esperienza concreta di un combattente, della paura, della cattività, della malattia che segue.

Tornato a casa, non rinuncia al sogno. Decide di unirsi alla spedizione di Gualtieri di Brienne, diretta in Puglia. Si prepara con armi e cavallo. Ma a Spoleto, secondo le fonti francescane, una visione lo ferma: gli viene chiesto chi possa ricompensarlo meglio, il padrone o il servo. Francesco torna indietro. È l’inizio di un cambio di rotta che lo porterà, pochi anni dopo, a spogliarsi di tutto.

È un passaggio che i militari conoscono bene: l’idea che il coraggio non si esaurisca nelle armi, e che la vera disciplina sia quella con cui si governa se stessi.

L’episodio più potente arriva nel 1219. Mentre la Quinta Crociata è accampata davanti a Damietta, in Egitto, Francesco attraversa le linee e si presenta al sultano al-Malik al-Kamil. Non porta armi, non porta eserciti: porta la parola. Il sultano lo accoglie, lo ascolta, lo congeda con rispetto.

Non è un’ingenuità. È una scelta di coraggio di un uomo che sapeva cosa fosse una battaglia e aveva deciso che c’era un’altra strada. Per le Forze Armate italiane, oggi impegnate in missioni internazionali di stabilizzazione e di pace, quell’incontro resta un simbolo: la forza che costruisce dialogo, non solo quella che impone.

Nel 1939 Pio XII proclamò Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, patrono primario d’Italia. Dal 2005 il 4 ottobre è anche festa nazionale, dedicata alla pace, alla fraternità e al dialogo tra culture. Ogni anno, una Regione diversa offre l’olio per la lampada votiva che arde sulla tomba del Santo, in una cerimonia alla quale partecipano le autorità civili e militari.

Va detto con chiarezza: Francesco non è il patrono di una singola Arma o di un corpo specifico, il suo è un legame diverso, più ampio: è il patrono dell’intera comunità nazionale, e in quanto tale appartiene anche a chi la serve in uniforme.

Il calendario riserva una simmetria curiosa. Il 4 ottobre si ricorda il patrono d’Italia; un mese dopo, il 4 novembre, si celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Due ricorrenze che parlano della stessa Italia: quella che si riconosce in un’identità spirituale e culturale, e quella che la difende e ne custodisce l’unità. Non si escludono, si completano.

Il rapporto tra l’ordine francescano e il mondo militare non è soltanto simbolico. Nel corso del Novecento, e in particolare durante la Grande Guerra, molti frati hanno accompagnato i soldati in trincea come cappellani militari. Tra le figure più note c’è padre Agostino Gemelli, medico e ufficiale, poi cappellano, che sarebbe diventato fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un percorso che racconta quanto la presenza francescana sia stata, per generazioni di soldati, una presenza di prossimità: accanto a chi soffre, a chi ha paura, a chi non torna.

San Francesco non chiede alle donne e agli uomini in divisa di rinnegare il proprio dovere. Offre loro uno specchio. Ricorda che l’autorità è servizio, che la forza ha senso se è al servizio della pace, che si può essere fermi senza essere duri. Il soldato di Collestrada e il pellegrino di Damietta sono la stessa persona: un uomo che ha conosciuto la guerra e ha scelto di non farne il suo orizzonte.

In un tempo in cui i conflitti sono tornati vicini ai nostri confini, il 4 ottobre non è soltanto una festa del calendario. È un invito, per chi indossa una divisa e per chi la guarda, a ricordare per che cosa si è disposti a combattere: e, soprattutto, per che cosa si è disposti a fermarsi.