
Reduce della Seconda guerra mondiale, superstite dell’affondamento dell’HMS Repulse e prigioniero dei giapponesi dopo la caduta di Singapore, James “Jim” Wren è morto a 105 anni. Con lui scompare una delle ultime voci dirette della guerra nel Pacifico.
Ci sono vite che attraversano la storia fino a diventarne testimonianza vivente. Quella di James “Jim” Wren, Royal Marine britannico, appartiene a questa categoria rara. Nato nel Sussex nel 1920, arruolato nei Royal Marines alla vigilia della Seconda guerra mondiale, sopravvissuto all’affondamento dell’HMS Repulse e poi alla prigionia giapponese, Wren è morto il 1° febbraio 2026 all’età di 105 anni.
La sua vicenda personale attraversa alcuni dei momenti più drammatici del conflitto nel Pacifico. Quando nel dicembre 1941 il Giappone travolse gli equilibri militari dell’Estremo Oriente, Wren era imbarcato sull’incrociatore da battaglia HMS Repulse, parte della Force Z insieme alla corazzata HMS Prince of Wales. La squadra navale britannica era stata inviata a Singapore nel tentativo di dissuadere l’espansione giapponese, ma uscì in mare senza adeguata copertura aerea.
Il 10 dicembre 1941, al largo della Malesia, le navi britanniche furono attaccate da bombardieri e aerosiluranti giapponesi. La Prince of Wales e la Repulse furono affondate. Per la Royal Navy fu uno shock strategico: due grandi unità da battaglia perse in poche ore, sotto il colpo dell’aviazione. Era la conferma brutale che l’era della corazzata, priva di protezione aerea, stava tramontando.
Wren, allora poco più che ventenne, riuscì a sopravvivere. Recuperato in mare dal cacciatorpediniere HMS Electra, venne riportato a Singapore. Ma il destino gli riservava una prova ancora più dura. Dopo la caduta della città-fortezza, nel febbraio 1942, cercò di fuggire insieme ad altri civili e militari. L’imbarcazione fu intercettata dai giapponesi e Wren divenne prigioniero di guerra.
La prigionia lo condusse a Sumatra, in condizioni durissime. I prigionieri alleati nelle mani dell’esercito giapponese furono sottoposti a privazioni, malnutrizione, malattie, lavori forzati e violenze. Wren avrebbe poi ricordato la fame, l’incertezza quotidiana, la morte dei compagni e la necessità di conservare un minimo di dignità anche nel momento estremo. In un mondo ridotto alla sopravvivenza, il senso del dovere e la camaraderie dei Royal Marines divennero per lui strumenti interiori di resistenza.
La sua storia, come quella di molti prigionieri dell’Estremo Oriente, appartiene a una memoria spesso meno presente nel racconto europeo della Seconda guerra mondiale. L’immaginario del conflitto guarda soprattutto all’Atlantico, alla Normandia, al fronte orientale, alla campagna d’Italia. Ma per migliaia di militari britannici, australiani, indiani, olandesi e di altri Paesi alleati, la guerra del Pacifico significò prigionia, isolamento e un ritorno difficile alla vita dopo anni di sofferenza.
Quando la guerra terminò, nell’agosto 1945, Wren fu rimpatriato. Tornò in Gran Bretagna nell’autunno di quello stesso anno. Ad attenderlo trovò la famiglia e Margaret Bell, la fidanzata di sempre, che durante la prigionia gli aveva scritto senza sapere se le lettere sarebbero mai arrivate. Si sposarono l’anno successivo. Margaret gli rimase accanto per tutta la vita, fino alla sua morte nel 2020.
Dopo il conflitto, Wren rientrò nei Royal Marines e vi rimase fino al 1953. Successivamente si stabilì a Salisbury, nel Wiltshire, dove lavorò nel servizio pubblico locale e poi come groundsman in una scuola. Una vita apparentemente ordinaria, dopo un’esperienza straordinaria e terribile. Ma il passato non lo abbandonò mai del tutto. Come molti reduci, portò con sé il ricordo dei compagni perduti, delle navi affondate, dei volti rimasti nei campi.
Negli ultimi anni divenne una figura simbolica della memoria britannica. Era considerato uno degli ultimi Royal Marines della Seconda guerra mondiale, uno degli ultimi superstiti dell’HMS Repulse e uno degli ultimi ex prigionieri di guerra dell’Estremo Oriente. Dopo il settantesimo anniversario del VJ Day, la giornata della vittoria sul Giappone, l’allora Principe di Galles commissionò un suo ritratto all’artista Eileen Hogan della Royal Drawing School.
Il suo volto anziano, segnato dal tempo ma ancora fermo, rappresentava qualcosa di più di una biografia individuale. Era il volto di una generazione che aveva vissuto il passaggio dal mondo degli imperi al mondo contemporaneo, dalle grandi navi da battaglia alla guerra aerea, dall’illusione dell’invulnerabilità britannica in Asia alla dura realtà della sconfitta di Singapore.
La morte di Jim Wren non chiude soltanto una vita. Chiude una finestra sulla memoria diretta della guerra nel Pacifico. Ogni scomparsa di un reduce di quella stagione riduce il numero di coloro che possono dire: io c’ero. E quando la testimonianza viva lascia il posto agli archivi, ai libri, alle fotografie e ai monumenti, cresce la responsabilità di chi racconta.
Perché la memoria militare non è celebrazione retorica. È comprensione del sacrificio, consapevolezza degli errori, rispetto per chi ha combattuto e sofferto. La storia di Wren ricorda il coraggio, ma anche la vulnerabilità; la disciplina, ma anche la paura; la sopravvivenza, ma anche il peso dei compagni che non tornarono.
Nel suo percorso ci sono la grande storia e la piccola fedeltà quotidiana: l’arruolamento da ragazzo, il mare in fiamme, la prigionia, il ritorno, il matrimonio, il lavoro, la memoria. È forse proprio questa continuità a rendere la sua figura così significativa. Jim Wren non fu soltanto un superstite. Fu un testimone.
Con lui se ne va una delle ultime voci di un capitolo durissimo della Seconda guerra mondiale. Resta il dovere di ascoltarla ancora, anche ora che quella voce non può più parlare.

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