La Battaglia del Pastificio

Il 2 luglio 1993, i Media di tutto il mondo, battevano la notizia di quella che verrà storicamente riconosciuta come la battaglia del pastificio che vedeva interessati i militari italiani del contingente denominato ITALFOR-IBIS della missione UNOSOM – United Nations Operation in Somalia. La sera di quello stesso giorno, tra il contingente italiano si contavano tre militari morti e una trentina di feriti.

GUERRA CIVILE IN SOMALIA

Era passato solo un anno dalla caduta del dittatore Siad Barre ma la degenerazione in una guerra civile aveva portato la Somalia e già provata da anni di guerra contro i vicini, a non avere più mezzi di sostentamento. I clan, in cui si era diviso il Paese, barattavano i prodotti agricoli in cambio di armi; si calcola che almeno 300.000 persone siano morte di fame e un milione e mezzo soffrisse di grave denutrizione. Le Nazioni Unite intervennero quindi con la missione ONUSOM I, garantendo la distribuzione di aiuti umanitari seguita da ONUSOM II avente lo scopo di garantire la pace e la ripresa del Paese.

UNOSOM II

Durante i lavori della Conferenza di Riconciliazione Nazionale, tenutasi il 15 marzo 1993 ad Addis Abeba, 15 fazioni somale si accordarono per ripristinare la pace e la democrazia nel Paese, ma già dopo pochi giorni fu chiaro che la fazione capeggiata dal Generale Mohamed Farrah Aidid non avrebbe rispettato i patti dimostrata con l’attacco al contingente ONU pakistano.

Il Consiglio di Sicurezza emanò allora la risoluzione 837, volta ad assicurare alla giustizia il responsabile dell’attacco. Di fatto la risoluzione diede agli Stati Uniti la possibilità di disporre la cattura del Generale Aidid e di porre una taglia sulla sua testa di 25.000 dollari.

I tentativi delle forze ONU di disarmare le fazioni e i tentativi statunitensi di catturare Aidid, portarono a continui scontri con i miliziani e con la popolazione, aizzata contro i soldati intenti a far rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

In questo clima d’incertezza, il 2 luglio 1993, le forze del contingente italiano si apprestarono ad effettuare l’operazione “Canguro 11”, un rastrellamento di un centro abitato avente lo scopo di trovare depositi di armi e munizioni.

All’interno di Mogadiscio vennero schierati numerosi check-point e strong-point italiani che servivano a garantire la sicurezza e la mobilità dei convogli in una zona potenzialmente ostile; ogni check-point era collegato all’altro tramite delle pattuglie motorizzate e, in caso di grosse operazioni di rastrellamento, servivano come punti di riferimento per le truppe dell’ONU.

INIZIA “CANGURO 11”

Il contingente italiano aveva pianificato di eseguire un rastrellamento a livello Brigata, “Canguro; un’attività già svolta dai soldati italiani.

La forza destinata all’operazione, sotto il comando del Generale Bruno Loi, era composta da 550 paracadutisti, in gran parte equipaggiati con veicoli corazzati tipo VCC-1 e autoblindo FIAT 6614. I parà erano affiancati da 400 poliziotti somali per le attività di controllo, mentre 8 blindo pesanti Centauro, 7 carri armati M-60, elicotteri A-129 Mangusta armati di missili filoguidati TOW ed elicotteri multiruolo AB-205 avrebbero fornito il supporto aereo. Nelle settimane precedenti la popolazione somala aveva espresso ostilità nei confronti delle forze ONU e anche i miliziani erano pronti all’azione, aspettando il minimo pretesto per ingaggiare un combattimento.

Per questo il dispositivo è imponente, benché l’area da controllare sia un isolato di 400 x 700 metri. Si trattava però del quartiere di Haliwa, la roccaforte dei miliziani di Aidid, era da considerarsi una zona potenzialmente molto ostile, posta tra i check-point Pasta e Ferro.

Il rastrellamento si svolgeva come al solito in tre fasi: cinturazione esterna, perquisizione dell’abitato e ripiegamento per aliquote. Come avrebbero interpretato questa azione i somali? Routine o azione mirata verso il loro leader?

La cinturazione, volta ad isolare la zona d’operazione, di solito veniva eseguita con i carri armati o le blindo; i parà avrebbero perquisito casa per casa l’abitato, sempre preceduti da reparti di guerra psicologica che avrebbero spiegato le ragioni dell’azione, affiancati dai poliziotti somali incaricati dell’ordine pubblico e di tradurre eventuali richieste particolari alla popolazione. Al termine del controllo dell’abitato i reparti avrebbero ripiegato per aliquote, fornendosi sicurezza reciproca; una volta allontanatisi sarebbero, quindi, rientrati presso la base di Balad (Raggruppamento “Bravo”) o al Porto Vecchio (Raggruppamento “Alfa”) e da quel momento in città sarebbero rimasti, come di consueto, solo gli uomini presso i check-point.

Era il 2 luglio e i reparti iniziarono l’attività alle 05.00 e dopo un’ora e mezza di attività fu rinvenuto un cachet di armi, tre persone furono arrestate e condotte al Comando del contingente per essere interrogate. La popolazione divenne particolarmente ostile e già alle 07:30, lanciava pietre e costruiva alcune barricate. I poliziotti somali quasi contemporaneamente scomparvero, mentre il comandante italiano ordinò di sparare colpi intimidatori, chiaro segno che la situazione stava degenerando più rapidamente di quanto si poteva supporre.

Alle 09:00, nonostante mancassero poche decine di metri al termine del rastrellamento, il Comando ordinò il ripiegamento dei reparti, ritenendo non pagante continuare ad esacerbare la situazione.

DAL RASTRELLAMENTO AL COMBATTIMENTO

Dato il degenerare della situazione i reparti ricevettero l’ordine di rientrare alle rispettive basi, palesando la volontà di non continuare nell’azione di rastrellamento. Il Raggruppamento Alfa si diresse verso il check-point Ferro in direzione della Porto vecchio, mentre il Raggruppamento Bravo si diresse verso il check-point Pasta in direzione di Balad, quando iniziarono a sentirsi spari isolati, tiri di disturbo, lanci di sassi e costruzione di barricate.

Sembrava tutto finito quando la coda della colonna in ripiegamento verso Balad fu bloccata da barricate, folla ostile e tiri isolati. Il Comando decise allora di inviare una compagnia d’incursori a rastrellare le case affacciate sulla Strada Imperiale al fine di garantire libertà di movimento alla colonna. Durante quest’azione fu colpito a morte un incursore il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi, cosa che fece immediatamente capire agli italiani che ormai la situazione era irrecuperabile; pertanto, a tutte le unità fu ordinato di invertire la direzione di marcia e convergere verso i check-point Pasta e Ferro.

La 15^ Compagnia paracadutisti “Diavoli Neri”, dotata di VCC-1 e supportata da blindo Centauro, diretta verso Balad, invertì la rotta e si diresse verso il check-point Pasta, nei pressi del quale era stata costituita un’enorme barricata. I VCC-1 si avvicinarono in formazione, con parte del personale appiedato per garantire protezione ravvicinata ai mezzi e per rimuovere le ostruzioni, quando apparve una folla che lanciava pietre e sassi.

Improvvisamente da dietro la folla apparvero dei miliziani che, facendosi scudo della popolazione, iniziarono a bersagliare i parà con armi leggere; da dietro un angolo venne sparato un razzo, verosimilmente un RPG-2, che colpì un VCC-1 ferendo mortalmente il paracadutista Pasquale Baccaro.

La reazione dei parà fu immediata, sparando con mitragliatrici Browning, MG-42 e lanciando bombe a mano tenendo lontani i miliziani; in particolare un VCC-1 in mezzo ad un crocevia spara a 180° coprendo l’intero reparto. Nel frattempo, dopo alcuni tentativi, i parà riuscirono a far ripartire il mezzo colpito, che insieme ad un secondo VCC-1 oltrepassò la barricata e si diresse verso Ferro. Il reparto si spaccò in due poiché il resto della colonna rimasta prima della barricata, ripiegò in direzione opposta su Pasta e si pose al riparo dal fuoco che continuava a provenire dalla sommità pastificio dal quale il check-point prendeva il nome.

Posti in dominio di quota, i somali avevano organizzato un vero e proprio caposaldo nell’area del pastificio dal quale bersagliavano tutta l’area intorno a Pasta, compresi gli elicotteri che cercavano di atterrare per sgomberare i feriti. Questi dovettero essere trasportati via terra con tutti i rischi che questo comportava. Immediatamente il Comando italiano organizzò un reparto di formazione, composto da VCC-1, VM-90 e carri M-60, incaricato di soccorrere le unità bloccate a Pasta. Procedendo per via “XXI ottobre” i carri aggirarono il pastificio e presto identificarono alcuni obiettivi e spararono d’iniziativa; alla fine della giornata i loro pochi colpi da 105 mm e un singolo missile TOW sparato dall’elicottero Mangusta saranno stati tra gli interventi più risolutivi. Al check-point Pasta si continuava a combattere per tenere l’importante postazione, ma era difficile mettere a tacere i centri di fuoco avversari, soprattutto perché l’impiego dei cannoni da 105mm di blindo e carri era stato interdetto per ordini superiori.

INTANTO AL CHECK POINT FERRO

Presso il check-point Ferro si raggruppò un’unità meccanizzata di formazione con due VCC-1 dei carabinieri paracadutisti, uno della 15^ Compagnia e una blindo Centauro del Reggimento “Lancieri di Montebello”. Questi mezzi cercarono di raggiungere Pasta deviando dalla Strada Imperiale ormai resa impraticabile per le barricate, ma purtroppo furono intrappolati in un dedalo di viuzze del quartiere Haliwa, altrettanto intasate da barricate. Mentre i capo-carro cercavano di capire come disimpegnare i mezzi, tiri d’infilata dall’alto feriscono il sottotenente Gianfranco Paglia che si sporgeva dalla botola di un VCC-1 e uccidono il Sottotenente Andrea Millevoi capoblindo Centauro.

Sembra passata un’eternità ma sono solo le 13:00; altri i feriti da altre posizioni furono sgomberati verso l’area del Porto vecchio a bordo di blindo Centauro e VCC-1, poiché era impossibile far affluire le ambulanze attraverso le zone non sicure della città. I carri M-60 aprirono il fuoco con i pezzi da 105mm, come estrema misura volta a garantire un sicuro ripiegamento delle unità, mentre le forze speciali stavano bonificando gli edifici nei pressi di Pasta e della Strada Imperiale a colpi di MP-5 e bombe a mano. Visto l’inasprirsi del conflitto, i miliziani avevano fatto affluire rinforzi e intensificato il tiro con i mortai leggeri mentre si muovevano rapidamente a bordo di tecnike, le loro camionette armate.

Il Comando italiano realizzò che tenere i check-point avrebbe comportato combattere con grande impiego di armamento pesante, cosa assolutamente non contemplata dalle regole di ingaggio italiane e non auspicabile, quindi alla fine della giornata il Generale Loi ordinò di rientrare alla base e di abbandonare tutti check-point fissi all’interno di Mogadiscio. 

UN PESANTE BILANCIO

I paracadutisti reagirono alle imboscate con grande coraggio, dimostrando di aver ricevuto un addestramento eccellente; infatti, anche se i soldati erano in maggior parte giovani di leva, reagirono con grande presenza di spirito dimostrando che il soldato, che ha ricevuto un buon addestramento e ne è cosciente, reagirà sempre come un veterano.

Il bilancio della giornata fu pesante da entrambe le parti, gli italiani ebbero 3 morti, oltre 30 feriti e furono costretti a lasciare tutti i check-point all’interno di Mogadiscio, vedendo così il loro dispositivo tagliato in due. Per contro i somali accusarono 187 morti e almeno 400 feriti, senza riuscire a causare quel numero elevato di perdite tale da creare un cedimento politico dell’avversario.

I DIAVOLI NERI
La vera battaglia di Mogadiscio
il libro del Generale Paolo Riccò

Il Capitano Nero scende dal suo mezzo e va verso la folla, ma viene fatto segno a lancio di pietre e pezzi di ferro poi, improvvisamente la gente sparisce. E’ il segno che quel luogo si sta per trasformare in un campo di battaglia. E così fu! Quel giorno nelle strade di Mogadiscio i soldati italiani combatterono per sopravvivere e solo il loro valore e la loro dedizione al dovere evitarono un massacro.

Il libro è un preciso e puntuale resoconto storico della missione italiana UNOSOM in Somalia, svolta, o meglio combattuta dalla XV Compagnia Diavoli Neri, scritto dal Comandante di Compagnia, Capitano Nero e reso possibile grazie alle testimonianze di alcuni dei protagonisti di quei giorni drammatici che culminarono con la battaglia al check point “Pasta” il 2 luglio 1993.

Molto si è scritto e raccontato sull’operazione Canguro 11 svolta nel quartiere di Haliwa di Mogadiscio, organizzata allo scopo di individuare e requisire l’armamento nascosto in un’area costituita da un dedalo di vie e viuzze che la rendono un labirinto e di come si sia sviluppato l’attacco delle milizie somale ai militari italiani.

Anche l’intervento degli elicotteri e di come hanno neutralizzato il VM dotato di mitragliatrice browning 12.7 mm strappato dai guerriglieri agli italiani, evitando così ancor più tragiche conseguenze al nostro contingente, è stato riportato con dovizia di particolari da tutti i Media internazionali.

Poco però è stato raccontato del valore, la forza d’animo e il coraggio dei militari italiani, la maggior parte dei quali erano soldati di leva che per senso dell’onore e amor patrio, si trasformarono in guerrieri indomiti. Così Nero descrive il comportamento dei suoi coraggiosi Diavoli.

“Quel giorno vidi i miei uomini resistere al fuoco continuo di un nemico soverchiante che cercava il massacro, mantenere le loro posizioni e combattere. Vidi soldati feriti stringere i denti per il dolore ma continuare a puntare il fucile imprecando. Nel furore della battaglia, ho visto i miei Diavoli compiere atti di eroismo estremo, li ho visti trasformarsi, sotto il fuoco nemico, in guerrieri esperti e impavidi, mettendo a frutto quanto imparato nell’addestramento durissimo a cui li avevo sottoposti in Italia.

In quella mattina nell’estate somala i militari italiani combatterono, uccisero e furono uccisi. Tre di loro non rientrarono alla base.

Uno di loro spirò tra le mie braccia, ucciso dal razzo di un’arma controcarro che gli aveva reciso di netto una gamba.

Con queste forti e incisive frasi inizia il libro verità “I Diavoli Neri” scritto dal Capitano “Nero”, nominativo del Comandante della XV Compagnia paracadutisti “Diavoli Neri”. 

2 Luglio 1993 – Il Capitano Nero fa un segno al S.Ten. Carbonetti di dare copertura.

Un documento scritto per mantenere la promessa fatta quel maledetto 2 luglio 1993 quando sotto il fuoco nemico, Nero raccolse l’ultimo respiro del paracadutista Pasquale Baccaro. Vedendolo morire senza poter fare nulla per salvarlo, promise che non avrebbe lasciato che il valore dimostrato da lui e dai suoi paracadutisti venisse dimenticato.

I Diavoli Neri, erano gli effettivi della XV Compagnia del 186° reggimento paracadutisti Folgore, costituita in gran parte da soldati di leva comandati dal Capitano Nero. Erano arrivati in Somalia dopo mesi di continuo e duro addestramento in differenziati territori e poligoni militari, addestrandosi sia di giorno sia di notte, dormendo all’addiaccio nei freddi mesi invernali, scalando dirupi, e strisciando per ore sul terreno. Organizzati in plotoni, saltavano, rotolavano, strisciavano e correvano imparando le basi del combattimento individuale, l’uso corretto del fucile e le norme di sicurezza. Ogni fase era provata e riprovata fino allo sfinimento per raggiungere la perfezione. Giorno dopo giorno, bestemmiando e sudando, ma continuando ad addestrarsi, quelle reclute si trasformarono in guerrieri e il 26 maggio 1993, arrivarono a Mogadiscio.

Il Capitano Nero era un giovane Ufficiale paracadutista, Paolo Riccò, che appena promosso Capitano, diventa Comandante della XV Compagnia, dopo che in precedenza, con il grado di Tenente, aveva rifiutato quello stesso incarico. Al suo arrivo, cosi fu definito da uno dei Sottotenenti della Compagnia: “Il nuovo comandante sembrava decisamente pignolo, cosa che a qualcuno non faceva piacere. Era comunque una pignoleria che poteva solo far bene alla XV, che ultimamente aveva conosciuto, per vari motivi, un certo decadimento di ordine e disciplina. Al primo rapporto ufficiali, ci illustrò il suo modo di lavorare, le sue intenzioni, quello che voleva e ciò che avrebbe preteso da ognuno di noi. Si dimostrò subito un tipo molto deciso, dalle idee chiare e senza mezzi termini… un vero comandante!”

Il Capitano e i suoi Diavoli Neri, sono i protagonisti del libro e tutte le 320 pagine, sono permeate delle loro gesta, del loro coraggio e della loro forza d’animo.